
Anatomia di me – Mel The Sketcher
Recensione
Quanto può fare male attraversare un lungo percorso psichiatrico? Cosa significa convivere con diagnosi, ricoveri, terapie farmacologiche, ricadute e momenti di apparente stabilità senza perdere completamente sé stessi?
Sono domande che attraversano profondamente Anatomia di me, l’esordio di Mel The Sketcher. Un libro che nasce da un’esperienza personale, ma che non si limita mai all’autobiografia. Attraverso il racconto del proprio vissuto, Mel porta alla luce una realtà che riguarda molte più persone di quante si sia disposti ad ammettere, trasformando la propria storia in uno strumento di riflessione collettiva. Non si limita a raccontare ciò che ha vissuto: denuncia, pone interrogativi, evidenzia contraddizioni e invita il lettore a interrogarsi sul modo in cui la salute mentale viene affrontata nei contesti psichiatrici, sul percorso che conduce dalla diagnosi ai ricoveri, sugli effetti della terapia farmacologica, sulle ricadute e sui momenti di risalita. Soprattutto, però, accende un riflettore sul vissuto di una persona che attraversa una condizione di sofferenza psichica, restituendole una voce che troppo spesso viene ignorata o semplificata.

Le origini di Anatomia di me sono molto più lontane della sua pubblicazione: molte delle tavole raccolte nel volume sono state realizzate nell’arco di quasi dieci anni, nate come immagini autonome, flussi di coscienza e tentativi di dare forma a esperienze difficili da esprimere a parole. Solo in un secondo momento quel materiale ha iniziato a trasformarsi in un progetto editoriale vero e proprio.
L’incontro con Eris Edizioni avviene al Crack!, il festival romano dedicato al fumetto indipendente. In quel momento il libro non esiste ancora: esistono le tavole, le idee, l’urgenza di raccontare. L’interesse dell’editore non si traduce immediatamente in una pubblicazione, ma anziché fermarsi Mel continua a lavorare ostinatamente al progetto. Per un anno costruisce, amplia e organizza quel materiale fino a trasformarlo in un’opera compiuta. Quando torna a presentarlo, Anatomia di me è finalmente pronto a trovare la sua forma definitiva.
Nasce così l’esordio di Mel The Sketcher dopo anni trascorsi tra autoproduzioni, stampe e banchetti nei festival. Un’opera lunga, densa e profondamente personale, che sfugge alle convenzioni del fumetto tradizionale. Non ci sono gabbie regolari, né una narrazione scandita attraverso la classica alternanza di vignette e balloon. Il libro si costruisce invece attraverso tre registri differenti.

Da una parte ci sono i testi: lunghi componimenti a metà strada tra diario, poesia e spoken word, caratterizzati da una forte musicalità. Pur nascendo spesso da un flusso di coscienza, trasmettono la sensazione di un lavoro molto attento sul ritmo e sulla scelta delle parole. La scrittura di Mel è una delle sorprese più grandi del volume: scorrevole, evocativa, capace di accompagnare il lettore anche quando affronta temi estremamente complessi.
Accanto a questi testi troviamo pagine più esplicitamente narrative, in cui l’autrice racconta cosa significhi convivere con il disturbo borderline di personalità, con il disturbo bipolare, con gli attacchi di panico, con l’ospedalizzazione psichiatrica e con tutto ciò che è trasversale e collaterale. Sono passaggi che mantengono sempre un forte legame con l’esperienza personale, ma che riescono ad assumere un valore più ampio, trasformandosi in una testimonianza capace di illuminare situazioni e dinamiche spesso sconosciute a chi non le ha vissute direttamente.
Infine ci sono le illustrazioni. Tavole sciolte, crude, esplicite, realizzate interamente a inchiostro. Il tratto di Mel è volutamente grezzo, pesante, quasi aggressivo. Non cerca la bellezza convenzionale né l’eleganza formale: cerca di restituire un’esperienza. Un’esperienza in cui pensieri, corpo, paura, dolore e realtà si fondono e si confondono continuamente.

Proprio qui emerge uno degli aspetti più interessanti del libro: il contrasto tra la scrittura e il disegno. Da una parte ci sono testi attraversati da una forte musicalità e armoniosi nella loro costruzione; dall’altra immagini disturbanti, dure, talvolta persino oscene, perché rifiutano qualsiasi forma di abbellimento. È un contrasto che sembra quasi deliberato; infatti, se il disegno mostra l’orrore, il caos e la violenza dell’esperienza vissuta, la scrittura permette invece di intravedere ciò che esiste dietro quell’orrore: una sensibilità, una lucidità e una profondità umana che troppo spesso rimangono invisibili. Come se Mel ci mostrasse contemporaneamente ciò che il mondo vede dall’esterno e ciò che invece resta nascosto all’interno.
Molte delle tavole mettono in scena figure dagli occhi spalancati, terrorizzati, vitrei, circondate da corpi deformati, presenze inquietanti e scenari che sembrano appartenere a un horror estremo. La sensazione è quella di trovarsi davanti a un incubo. Eppure, proprio quegli sguardi impediscono al lettore di prendere le distanze. Ci ricordano continuamente che non stiamo osservando un film dell’orrore, ma l’esperienza concreta di una persona reale, una persona che potrebbe essere vicina a noi.
Ed è qui che, a mio avviso, risiede la forza più grande di Anatomia di me. Quando si raccontano la psicopatologia e la sofferenza personale, il rischio di romanticizzare la malattia è sempre dietro l’angolo. Mel evita completamente questa trappola, non c’è compiacimento, non c’è estetizzazione del dolore. Al contrario, l’autrice ci accompagna dentro l’orrore di determinate esperienze senza mai smettere di dialogare con il lettore. Non si chiude nel proprio racconto, ma utilizza la propria storia per aprire uno spazio di confronto, per fare domande e per invitare chi legge a osservare realtà che altrimenti resterebbero invisibili.

Intervista Vaga
Abbiamo incontrato Mel The Sketcher durante il Napoli Comicon 2026 presso lo stand di Eris Edizioni per una lunga conversazione sul libro, sul suo percorso artistico e sull’esperienza che ha portato alla nascita di quest’opera. È stata una chiacchierata libera e molto personale, in cui l’autrice ha avuto modo di raccontarsi senza particolari filtri. Per ragioni redazionali abbiamo deciso di riorganizzarla nella forma di un botta e risposta, mantenendo però il più possibile il ritmo, il linguaggio e la spontaneità delle sue parole. Buona lettura!
- Ciao Mel, prima di tutto ti ringraziamo per averci concesso questa intervista. Inizierei parlando del tuo percorso, che mi sembra non sia quello classico di un’autrice di fumetti. Da dove arrivi?
Io sono nata a Napoli, ho vissuto nel casertano i primi diciotto anni della mia vita e poi mi sono trasferita a Bologna per studiare Filosofia, disciplina in cui mi sono laureata. Quindi il mio percorso di illustratrice è estremamente arzigogolato, perché vengo da una formazione classica e non ho mai studiato disegno in vita mia. Non ho mai fatto corsi, non ho mai studiato tecnica, sono totalmente autodidatta.
Disegno da sempre, ma tante persone disegnano da sempre, non è quello il punto. Il punto è che pensavo di voler studiare Filosofia, poi mi sono laureata e ho capito che volevo fare la fotografa. Quindi per molti anni ho lavorato nella fotografia, soprattutto fotografia documentaria intimista, teatro, musica. E soltanto dopo ho scoperto che disegnare mi faceva stare incredibilmente bene.
- Hai sempre continuato a disegnare?
No, mi sono fermata per sette anni. Dai vent’anni circa ai ventisette non ho toccato una penna.
Poi sono caduta in depressione. Una depressione vera, lunga, diagnosticata. E in quel momento ho avuto bisogno di disegnare. Per questo dico sempre che il disegno, per me, si è presentato subito come qualcosa di salvifico e catartico.
Ho iniziato a disegnare i miei demoni. Quello che avevo dentro. Quello che mi faceva stare male. E non ho più smesso.
- Lavori soltanto a inchiostro?
Sì, ho sempre lavorato così. Non uso la matita. Non faccio bozzetti. Anche Anatomia di me è stato realizzato interamente a inchiostro, senza preparazione.
Tutto quello che vedi è stato fatto direttamente sulla pagina. Buona la prima. Flusso di coscienza puro.
È il mio modo di lavorare e credo che abbia molto a che fare con quello che racconto. Non mi interessa controllare troppo quello che esce. Mi interessa che sia autentico.

- Come nasce Anatomia di me?
Nasce da tanti anni di vita. Le tavole che ci sono dentro sono state realizzate nell’arco di circa 8-10 anni. Io semplicemente disegnavo. Disegnavo quando sentivo il bisogno di farlo. Disegnavo in flusso di coscienza.
Solo dopo ho deciso di costruire un libro. Ho scritto tre stesure diverse del testo che accompagna le immagini, ma anche lì ho mantenuto la stessa logica. C’è il diario, c’è la poesia, c’è lo spoken word. Io ascolto molto rap, molto metal, e credo che questa musicalità si senta anche nella scrittura.
Alla fine mi sono resa conto che tutte quelle tavole stavano raccontando una stessa storia: il mio viaggio negli abissi e la mia lenta risalita.
- Mi ha colpito molto che nel libro racconti apertamente la tua esperienza con la salute mentale.
Sì. A un certo punto si è scoperto che quella che pensavo fosse soltanto depressione era in realtà collegata a una doppia diagnosi: disturbo bipolare e disturbo borderline di personalità. Queste due cose insieme mi hanno fatto vedere gli abissi molto violentemente.
Ho attraversato ricoveri, tentativi di suicidio, percorsi terapeutici molto lunghi. Sono stata seguita per anni. Ho vissuto sulla mia pelle la medicalizzazione, l’ospedalizzazione e anche delle forme di violenza istituzionale che racconto nel libro. Per questo sentivo il bisogno di raccontare questa storia.
- Come mai definisci il libro “antipsichiatrico”?
Perché mette in discussione un sistema. Non perché rifiuti la psichiatria in assoluto. Quello che denuncio è il fatto che troppo spesso le persone psichiatrizzate vengono trattate come oggetti anziché come soggetti.
Io sono un soggetto. Rivendico la mia soggettività. Nel libro c’è molto di questo: la richiesta di essere vista come persona e non soltanto come diagnosi, sintomo o problema da gestire.

- Mi dicevi che preferisci parlare di “risalita” e non di “rinascita”. Mi spiegheresti qual è per te la differenza?
Perché la rinascita presuppone che ci sia stato un taglio netto col passato. Io non credo sia così.
La mia è una risalita. Posso sempre riscivolare. Gli abissi esistono ancora. Però posso cambiare prospettiva. Posso imparare a convivere con quello che sono.
Il libro racconta proprio questo: un viaggio negli abissi che procede insieme a una lenta, continua risalita.
- Quanto è importante per te parlare pubblicamente di questi temi?
Tantissimo. Oggi si parla molto di salute mentale, ma spesso in modo superficiale. La psicologia social è piena di soluzioni facili, consigli rapidi, formule pronte all’uso.
La realtà è molto più complessa. Parlare di suicidio, di ricoveri, di sofferenza psichica profonda è importante proprio perché queste cose esistono. Se non ne parliamo, le persone che le vivono continueranno a sentirsi nascoste.
- Come descriveresti Anatomia di me?
Mi fa molto piacere quando qualcuno mi dice che leggendo il libro percepisce dei sottotesti, perché significa che quella struttura funziona. Io penso davvero che questo diario sia una sorta di “ipertesto”.
Ogni parola, ogni frase, ogni verso, ogni illustrazione rimanda a qualcos’altro. È come se ci fossero continuamente delle parentesi aperte che aspettano soltanto di essere lette e comprese. Ci sono mondi, pensieri, riflessioni, collegamenti che non vengono esplicitati direttamente ma che sono presenti.
La cosa che mi colpisce è che niente di tutto questo è stato programmato. Non è stato concepito razionalmente a tavolino. Tutto è nato in maniera spontanea, anche se scritto e disegnato in momenti molto diversi della mia vita. Eppure, alla fine, quelle cose dialogano tra loro.

- Il prologo del libro ha una storia particolare?
Sì. Quella pagina è stata scritta durante il mio secondo ricovero. È una pagina di diario nata in clinica. Non è una ricostruzione fatta anni dopo, non è un testo riscritto per il libro. È qualcosa che appartiene esattamente a quel momento della mia vita.
Lo dico perché per me è importante: molto di quello che si trova nel libro è stato vissuto e scritto mentre stava accadendo. Non c’è una distanza temporale che rende tutto più ordinato o più facile da raccontare. Ci sono pagine che arrivano direttamente da quegli abissi.
- A differenza dei disegni che sono solo in bianco e nero, la copertina è molto colorata. Perché è così diversa dall’interno del libro?
Perché gli abissi sono neri, ma le persone no. Quando stavamo lavorando alla copertina con Eris, a un certo punto Matilde mi disse una frase semplicissima: “Mel, tu sei anche colore.” Quella frase ha cambiato tutto.
Dentro il libro ci sono gli abissi, e infatti le tavole sono nere, graffiate, costruite con un tratto molto istintivo che nasce anche dal fatto che sono autodidatta e che non ho mai voluto addomesticare quel segno.
Però una persona non è soltanto il momento peggiore che sta attraversando. Anche quando credi di essere negli abissi più profondi, dentro di te esistono ancora sfumature, colori, complessità che magari in quel momento non riesci a vedere, ma che continuano a esistere.
La copertina serve a ricordare proprio questo.
- Mi facevi notare che titolo e nome diventano visibili soltanto cambiando inclinazione al libro. Come mai questa scelta?
Perché è una provocazione. Il tema della salute mentale, soprattutto quando si parla di psichiatria, è ancora qualcosa che spesso le persone non vogliono vedere. Non è soltanto un problema di stigma: è proprio una forma di rimozione.
Allora abbiamo pensato a una copertina in cui il titolo e il nome quasi scompaiono. Sono lì, ma non li vedi immediatamente. Per farli apparire devi spostarti, cambiare posizione, modificare il tuo punto di vista.
E questa è esattamente la stessa idea che attraversa il libro. A volte cambiare prospettiva è l’unico modo per vedere qualcosa che fino a un momento prima era invisibile.

- Come è nato il rapporto con Eris Edizioni?
In realtà nasce al Crack. Io conoscevo già Eris perché avevo letto alcuni loro libri e mi piacevano molto. In particolare avevo scoperto attraverso loro il lavoro di Nicolas de Crécy.
Nel 2024 li ho incontrati al festival e ho praticamente “rapito” Matilde dal loro stand. Loro stavano all’aperto, io invece ero nei sotterranei con il mio banchetto. Sono riuscita a convincerla a seguirmi e le ho mostrato le mie stampe.
All’epoca non esisteva ancora il libro. C’era una parte importante delle tavole, ma non c’erano i testi, non c’erano le poesie, non esisteva ancora una struttura. Lei mi disse che il progetto la interessava e che avrei dovuto svilupparlo.
Da quel momento è diventata quasi un’ossessione. Ho passato un anno intero a costruire un prototipo che fosse davvero un libro. L’anno successivo sono tornata al Crack, ho di nuovo “rapito” Matilde e siamo rimaste per ore a sfogliare quel prototipo. È stato lì che qualcosa è scattato davvero.
- Cosa ha significato vedere Anatomia di me pubblicato?
Tantissimo. Per me non significava semplicemente essere pubblicata, stampata o distribuita. Era qualcosa di molto più grande.
Io sono una persona che ha vissuto ricoveri, tentativi di suicidio, violenze istituzionali, momenti in cui pensava sinceramente di non farcela. Riuscire a risalire e vedere stampato il frutto di quel percorso è qualcosa che va oltre il lavoro. Per me rappresenta un riscatto enorme. È il prevalere della vita sulla morte.
Al di là delle vendite, del successo che potrà avere il libro o di qualsiasi altra cosa succederà dopo, il fatto che qualcuno abbia creduto in me e abbia deciso di dare spazio a questa storia rimane qualcosa di impagabile.
- La nudità è un elemento molto presente nel libro. Che significato ha?
Non ha nulla a che vedere con la sessualità. È una cosa a cui tengo molto, perché potrebbe essere facilmente fraintesa.
La nudità, in questo lavoro, rappresenta il mettersi a nudo. È esposizione totale. È vulnerabilità. È il gesto di mostrarsi senza protezioni.
Io disegno sempre me stessa, anche quando non è immediatamente evidente. Ci sono dettagli del mio corpo, cicatrici, elementi reali della mia esperienza. Però il punto non è il corpo in senso erotico. Il punto è la scelta di esporsi completamente. Di mostrarsi per quello che si è, anche nelle parti più fragili.

- Nel libro ritorna spesso l’immagine della vulva. Cosa rappresenta?
Rappresenta contemporaneamente fragilità e forza. È fragile perché è esposta. Perché può essere ferita, violata, colpita. È una metafora molto concreta, che ha a che fare anche con il mondo in cui viviamo. Ma proprio perché è esposta diventa anche potente. Quella fragilità si trasforma in forza.
È un po’ il meccanismo che attraversa tutto il libro: prendere qualcosa che normalmente viene considerato un punto debole e trasformarlo in una risorsa. Prendere il dolore, la vulnerabilità, la sofferenza e provare a costruirci qualcosa.
In fondo è quello che ho fatto anche con Anatomia di me. Ho preso la mia fragilità e l’ho trasformata in una possibilità di racconto.
- Perché hai deciso di esporti così tanto?
Perché credo nella visibilità. Sono una donna lesbica e per molti anni ho fatto militanza politica. Ho sempre vissuto apertamente la mia identità.
A un certo punto mi sono resa conto che volevo fare la stessa cosa con la salute mentale. Non perché sia importante parlare di me. Non è autoreferenzialità. Non mi interessa stare al centro dell’attenzione. Mi interessa che si parli del tema.
Io racconto me stessa perché questo permette ad altre persone di riconoscersi, di sentirsi meno sole, di iniziare una conversazione che altrimenti forse non esisterebbe. È un po’ come essere un megafono: non è importante vedere chi lo tiene in mano. È importante che il messaggio arrivi.
- Cosa speri resti a chi leggerà il libro?
Spero che chi ha attraversato momenti simili ai miei possa sentirsi meno solə. E spero che chi non li ha attraversati riesca a guardare queste esperienze con occhi diversi.
Mi espongo molto raccontando queste cose, ma non ho paura di farlo. Se questa storia può aiutare anche una sola persona a ritrovare un po’ di speranza, a sentirsi vista o semplicemente a continuare ad andare avanti, allora tutto quello che ho attraversato non sarà stato vano.
- Grazie mille per questa bellissima chiacchierata.
Grazie a voi!


La tua fonte vaga di fumetti!


