
Bestie in fuga – L’esordio dirompente di Daniele Kong
Considerazioni sul fumetto
Quello di Daniele Kong con Bestie in fuga (Coconino Press, 2024) ha un significato che va ben oltre quello di un esordio dirompente. I riconoscimenti, i premi, gli articoli, i post che per almeno un anno si sono rincorsi settimana dopo settimana: tutto ha contribuito a trasformare l’uscita del libro in un vero e proprio evento collettivo, qualcosa che, negli ultimi anni, ricordo di aver visto forse soltanto nel caso di Zuzu. E, a ben pensarci, è stata anche la prima volta in cui non ho sentito né letto qualcuno che avesse davvero da ridire, nemmeno sui social: un risultato che, forse, vale persino più di un Gran Guinigi.
Eppure, dietro un successo di queste proporzioni, non c’è alcuna formula studiata a tavolino. Pur prestando volentieri il fianco al pubblico, Daniele Kong non ha mai l’atteggiamento di chi coltiva il proprio personaggio, né online né dal vivo. Si mostra per quello che è: sincero e spontaneo, ma anche profondamente consapevole, senza rifugiarsi nella falsa ingenuità. È una qualità che attraversa anche il suo libro, un’opera prima rigorosa e metodica, ma al tempo stesso intima e sorprendentemente matura. Se dovessi ricorrere a una metafora, la paragonerei a un marmo di Carrara: una materia già preziosa in origine, che acquista una bellezza rara attraverso un lavoro paziente, minuzioso, quasi ostinato. A mio avviso, uno dei più luminosi – e purtroppo rarissimi – esempi di questo tipo nel fumetto italiano contemporaneo.

Perché è difficile negare che Daniele Kong possieda un talento fuori dal comune, e soprattutto che abbia saputo metterlo a frutto. Non soltanto nel disegno, ma anche – e forse soprattutto – nella scrittura. Come il suo protagonista Franco, osserva ciò che lo circonda e lo restituisce con un’attenzione quasi ossessiva ai dettagli, senza mai rinunciare a una vena poetica che sa essere romantica, malinconica o persino sprezzante. C’è la timidezza di chi sembra raccontare innanzitutto per sé stesso, ma anche la lucidità di chi conosce il valore di ciò che ha da dire e gli strumenti per farlo. Non voglio sostenere che Franco e Daniele coincidano; piuttosto, mi sembra che condividano la stessa capacità di catturare l’attenzione degli altri attraverso le storie, facendo emergere l’umanità delle persone, le loro contraddizioni e quella continua oscillazione tra ironia e dolore che rende i personaggi di Bestie in fuga così vivi.
Sulla trama, sul disegno e sulla straordinaria bellezza dei personaggi preferisco lasciare spazio a tutte le persone che ne hanno scritto prima di oggi, ciascuna con le proprie intuizioni e le proprie fascinazioni. Per quanto mi rimproveri di non aver preso parte, a suo tempo, a quell’evento collettivo che è stata la scoperta di Daniele Kong, oggi sono felice di aver recuperato questa lettura. È stata un’esperienza densa, stratificata, mai semplice, ma profondamente appagante. All’inizio ho faticato a raccogliere e tenere insieme i tanti fili disseminati lungo il racconto; poi mi sono lasciato coinvolgere dalla vita dei personaggi, fino ad accompagnarli con partecipazione nel loro percorso. E infine mi sono emozionato, al punto da desiderare che le pagine che mi separavano dalla fine potessero moltiplicarsi e concedermi ancora un po’ di tempo con loro. È una sensazione rara, che soltanto le storie scritte davvero bene riescono a lasciare.

L’incontro con Daniele Kong
Per questo motivo, una volta conclusa la lettura, ho sentito la necessità di saperne di più proprio dal diretto interessato, con il quale abbiamo avuto una lunga chiacchierata durante l’ultimo Napoli Comicon allo stand della Coconino, dove – per l’ennesima volta – Bestie in fuga ha fatto sold out.
Più che una tradizionale intervista di presentazione, quella con Daniele Kong diventa una riflessione sul modo in cui nascono le storie. Kong racconta infatti un processo creativo fatto di tentativi, ripensamenti e scoperte progressive: il fumetto non nasce da un progetto rigidamente definito, ma da alcune immagini ricorrenti che, attraverso il disegno, hanno iniziato lentamente a trasformarsi in personaggi e relazioni.

Il tono della conversazione è molto sincero e disincantato. L’autore parla apertamente delle difficoltà affrontate durante i tre anni di lavorazione, della sensazione di non possedere ancora gli strumenti del mestiere e dei frequenti momenti di crisi. Allo stesso tempo, rivendica un modo di fare fumetto in cui il disegno continua la scrittura: i personaggi acquistano autonomia, cambiano strada e finiscono per guidare il racconto tanto quanto chi lo sta creando.
Accanto agli aspetti più strettamente narrativi emergono riflessioni più ampie sul rapporto tra individuo e comunità, sul rischio che anche le proprie convinzioni politiche possano trasformarsi in pregiudizi e sulla difficoltà di immaginare oggi forme autentiche di solidarietà collettiva. Centrale resta però l’attenzione per l’umanità dei personaggi e per la loro verità emotiva, in una concezione del racconto influenzata anche dalla commedia all’italiana, capace di tenere insieme leggerezza e tragedia.

Nel complesso, l’intervista restituisce il ritratto di un autore più interessato alle persone che ai messaggi, convinto che una storia possa coinvolgere davvero soltanto quando riesce, prima di tutto, a emozionare chi la racconta.
Per scelte redazionali, abbiamo deciso di riportare in maniera più “giornalistica” quella che è stata in realtà una chiacchierata piuttosto libera e informale. Ne approfittiamo per ringraziare ancora Daniele Kong per la sua disponibilità, buona lettura!

Intervista Vaga
- Ciao Daniele e grazie mille per averci concesso questa intervista. Vorrei partire dall’inizio: come è nato questo fumetto? Avevi già una storia precisa in mente?
No, in realtà è nato tutto abbastanza per caso. Non avevo un’urgenza narrativa specifica, anche se penso di avere sempre una certa urgenza narrativa dentro di me. Ero appena tornato a Berlino e avevo ricominciato a disegnare. Continuavo a fare sempre gli stessi personaggi: li mettevo dentro queste barchette che attraccavano a dei moletti, in queste isole un po’ solitarie, un po’ isolate. Disegnavo sempre loro due e, a un certo punto, mi sono accorto che stavano cominciando a chiedermi qualcosa. Da lì ho iniziato a costruire il resto.
La cosa buffa è che non c’era una storia vera e propria. C’erano delle immagini che ritornavano continuamente. E quelle immagini, poco alla volta, hanno iniziato a organizzarsi in un racconto.
- I personaggi sono senza dubbio il punto di forza del tuo fumetto. I protagonisti erano già quelli che leggiamo nel libro?
No. Anzi, erano molto diversi. All’inizio li avevo immaginati da cinquantenni. Disegnavo due persone che si rincontravano dopo decenni, ma non sapevo ancora perché si fossero perse o cosa fosse successo nelle loro vite. Poi ho iniziato a disegnarli più giovani e lì il mondo si è aperto. Ho cominciato ad arricchire l’universo intorno a loro, a introdurre altri personaggi e a scrivere delle schede, personaggio per personaggio. A un certo punto ho capito che quella cosa stava diventando enorme, quasi una specie di multiverso in cui tutti erano collegati. Anche l’isola cambiava continuamente: prima era Ventotene, poi Procida, poi è diventata un’isola che non era nessuna delle due ma che raccoglieva suggestioni diverse.
- Bestie in fuga ci racconta anche di un particolare momento storico, tra dopoguerra e boom economico. Come è ricaduta la scelta su questo periodo?
All’inizio non era neppure ambientato nel dopoguerra. Le prime idee erano collocate più avanti nel tempo, verso gli anni Settanta. Poi ci siamo spostati indietro di circa trent’anni perché mi sembrava che quello che stavo raccontando acquistasse molto più senso.
C’è chiaramente un discorso sul capitalismo e sulle trasformazioni sociali. Raccontarlo nel momento in cui il capitalismo sta prendendo forma, nel pieno del boom economico, gli dà tutto un altro spessore. Però non c’era l’intenzione di fare un manifesto politico.
I temi sociali e politici ci sono, ma arrivano come conseguenza delle vite dei personaggi. Io parto sempre da loro.
- Leggendo il tuo lavoro ho apprezzato non solo la trama, ma anche il modo in cui racconti una storia. Che cosa ti interessa davvero quando scrivi?
I personaggi. Sono proprio ossessionato dalla scrittura dei personaggi. Come lettore o spettatore, se trovo un personaggio con un bell’arco narrativo, un’umanità che mi interessa e che mi sembra vera, per me il novanta per cento della storia è già fatto.
Per questo ci ho speso tantissimo tempo. Mi interessava capire come ragionassero, cosa desiderassero, quali fossero le loro fragilità. Più che costruire una trama perfetta, volevo che fossero vivi.

- Pensavi di averli definiti prima di iniziare a disegnare?
Sì, e mi sbagliavo completamente. Quando ho finito la sceneggiatura ero convinto di averli scritti. Poi ho iniziato a disegnare e mi si è riaperto tutto il mondo. Mi sono accorto che loro nascevano davvero sulla pagina.
C’è una cosa bellissima nel fumetto: a un certo punto li guardi in faccia e sono loro a portarti da qualche parte. Narrativamente ti prendono per mano e ti conducono nel posto giusto, almeno per te. Quindi io pensavo di averli creati prima, ma in realtà li stavo ancora scoprendo mentre li disegnavo.
- Bestie in fuga è la tua prima fatica, vincendo numerosi premi soprattutto come “Miglior opera prima”, ma anche come “Miglior fumetto” in generale. Quanto è stato difficile affrontare il libro da esordiente?
Tantissimo. Non avevo né i mezzi tecnici né l’esperienza per affrontare una cosa del genere. Avevo collaborato con alcune riviste underground romane tra gli anni Duemila e Dieci, ma erano storie molto brevi e non avevano niente a che vedere con questo progetto. Non avevo mai fatto un’autoproduzione né un’opera lunga.
Questo libro è stato una palestra enorme. Il prologo, per esempio, l’ho ridisegnato davvero una trentina di volte. Cercavo un’atmosfera, un tono, un tipo di narrazione che non riuscivo a trovare. C’era sempre qualcosa che non funzionava: il ritmo, la fluidità del dialogo, la sensazione generale.
Poi, a un certo punto, riuscivo a rileggere quelle pagine il giorno dopo e a pensare: “Ok, forse questa cosa regge”.
- Hai quindi “imparato” a fare questo libro mentre lo stavi facendo?
Sì, completamente. Non avevo i mezzi tecnici e neanche l’esperienza per fare una cosa del genere. Avevo fatto qualche collaborazione con riviste underground, ma erano storie brevi. Questo libro è stata una palestra enorme. Ho ridisegnato il prologo una trentina di volte perché cercavo un’atmosfera, un ritmo, un tipo di narrazione che non riuscivo a trovare. È stato un continuo tentativo ed errore, fino a quando riuscivo a rileggere una pagina il giorno dopo e continuava a convincermi.
- Si tratta di un lavoro molto lungo e denso. Hai mai pensato di mollare?
In continuazione. Ci ho messo tre anni a fare questo libro e ci sono stati periodi in cui pensavo: “Basta. Ho fame. Devo lavorare. Butto tutto”. Credo sia successo mille e settecento volte.
Però poi capisci che quei momenti fanno parte del lavoro. Vanno attraversati e quasi abbracciati. Devi essere consapevole che non sempre sarai convinto al cento per cento di quello che stai facendo. E va bene così.

- Da dove nasce l’elemento cinematografico presente nella storia?
Non c’era dall’inizio. A un certo punto avevo bisogno di scombussolare la vita dei due protagonisti. Cercavo un evento che fosse plausibile in quegli anni e che cambiasse radicalmente il loro destino.
Quella scelta mi ha dato anche la possibilità di raccontare un pezzo di commedia all’italiana che amo moltissimo.
- Cosa ami della commedia all’italiana?
È una cosa con cui sono cresciuto. Risi, Monicelli… quel cinema mi ha sempre divertito e coinvolto tantissimo.
Quello che amo è il fatto che non esistano cesure nette tra il tragico e il comico. Nella stessa scena puoi ridere e subito dopo trovarti davanti a qualcosa di doloroso.
Mi sembra una forma narrativa molto simile alla vita. Anche quando quelle storie erano sopra le righe, dentro ci vedevo il modo in cui davvero si alternano il ridicolo e la tragedia nell’esperienza umana.
- Quanto spazio lasciavi all’improvvisazione?
Molto più di quanto pensassi. Avevo una traccia piuttosto definita e conoscevo gli archi dei personaggi, ma non arrivavo alla scrittura dettagliata delle singole scene. Sapevo cosa sarebbe dovuto succedere, però mi lasciavo libero di scoprirne la forma nel momento del disegno.
Ed è lì che nascevano tante cose. Molte volte ho riscritto la sceneggiatura perché il disegno mi stava portando altrove. Guardavo i personaggi e avevo proprio la sensazione che mi dicessero: “No, questa cosa non può succedere. Deve succederne un’altra”. Soprattutto la parte finale del libro è cambiata molto in questo modo.
- Come succede per tutte le storie corali, può essere molto insidioso trovare un finale soddisfacente per tutti i personaggi. È stato difficile chiudere tutti gli archi narrativi?
Sì, forse è stata la parte più “scientifica” di tutto il lavoro.
Avevo abbastanza chiaro dove dovessero arrivare i personaggi e ho studiato molto il modo in cui gli eventi dei singoli potessero svilupparsi insieme. Se ognuno avesse avuto un finale completamente separato sarebbe stato un casino.
Volevo che le loro vicende si intrecciassero fino alla fine e che la conclusione desse davvero l’idea di una storia collettiva.

- In Bestie in fuga – soprattutto nel finale – si percepisce un forte senso di legame e comunità. Quanto conta per te questo tema?
Tantissimo. Però oggi faccio fatica a immaginare una comunità contemporanea che reagisca davvero insieme. La storia che sto scrivendo adesso parla del presente e mi accorgo di quanto mi sia difficile credere fino in fondo a quella dimensione collettiva.
Mi sembra sempre di rischiare qualcosa di troppo ideologico, una specie di “mi piacerebbe che fosse così”. E invece quello che vedo nella vita quotidiana è molto più frammentato.
- C’è qualcosa di autobiografico nei personaggi?
Sì, ma non in maniera diretta. L’autobiografico sta in tutti i personaggi e, allo stesso tempo, in nessuno di loro. C’è dentro il mio modo di guardare il mondo, anche il mio percorso politico.
Mi rendo conto che quella formazione mi ha aiutato a leggere certi fenomeni sociali, ma mi ha anche lasciato dei pregiudizi verso chi la pensa diversamente. È una cosa di cui cerco di rendermi conto e che vorrei combattere in me stesso.
- Ho amato (come penso tutti, del resto) il personaggio di Nina. Ti sei ispirato a qualcuno in particolare per la sua scrittura?
No, non direttamente. Però è uno dei personaggi che è cambiato di più. All’inizio Nina era molto più “normale”, una bambina quasi canonica. Poi, rileggendo il libro, mi sono accorto che funzionava meglio quando diventava una specie di elemento di disturbo. È diventata una “scassacazzi”.
Ho deciso che questa sua caratteristica dovesse emergere sempre: quella capacità di mettere in crisi gli adulti, di fare la domanda sbagliata nel momento sbagliato, di zittire una tavolata intera.
I bambini hanno questa forza incredibile. Riescono a vedere oltre gli atteggiamenti degli adulti. Intuiscono le ragioni che stanno sotto alle menzogne che gli adulti raccontano a sé stessi e agli altri, e poi le spiattellano lì, davanti a tutti. E questa cosa mette tutti profondamente in difficoltà.
- Durante il racconto ci sono diversi momenti piuttosto carichi emotivamente. Durante la scrittura, sentivi che quelle scene ti hanno coinvolto personalmente?
Sì. Quelle scene me le andavo proprio a cercare. Ho lasciato nel libro soltanto quelle che emozionavano me, quelle che sentivo avessero davvero un senso. Non con l’obiettivo di far piangere il lettore, ma per cercare una prospettiva emotiva autentica, una compiutezza.
Secondo me è l’unico modo di scrivere: se una scena non emoziona chi la sta facendo, è difficile che emozioni qualcun altro.
E poi l’emozione non è soltanto il pianto. Ci sono tanti modi di coinvolgere emotivamente una persona. L’importante è che quello che racconti ti attraversi davvero.
- Mi ha intrigato molto il modo in cui hai raccontato il personaggio di Mike Buongiorno. Che rapporto hai con figure come la sua?
Io ho sempre pensato a Mike Bongiorno come a una figura quasi “crudele”, nel senso che mi divertiva molto il contrasto tra l’immagine nazional-popolare, rassicurante, amata dalle nonne, e una certa spietatezza più sottile che percepivo in quel tipo di personaggi televisivi.
Mi ha sempre fatto ridere questa contraddizione: persone considerate innocue, familiari, amatissime, che però ai miei occhi avevano qualcosa di profondamente feroce. Non una crudeltà esplicita, ma una forma di spietatezza molto più sottile.
Questa cosa mi interessa perché poi rischia di ribaltare i ruoli: quelli che si pensano “moralmente irreprensibili” o rassicuranti possono nascondere aspetti molto più problematici di figure apertamente trasgressive. E finisci quasi per diventare tu il “reazionario” se provi a metterli in discussione.
- Grazie davvero per la bellissima chiacchierata!
Grazie a voi!

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