
Deflagrazione – Un nuovo inizio per Miguel Vila
Introduzione
Prima di addentrarci in Deflagrazione, l’ultimo fumetto di Miguel Vila pubblicato da Coconino Press in occasione del Napoli Comicon 2026, credo sia importante partire da alcune riflessioni preliminari.
La prima riguarda il momento della carriera dell’autore. Per Miguel Vila si tratta infatti della prima opera in solitaria successiva alla trilogia pubblicata da Canicola Edizioni – Padovaland, Fiordilatte e Comfortless – e anche del primo lavoro realizzato con una nuova casa editrice. Una doppia sfida: da un lato confrontarsi con una nuova realtà editoriale, dall’altro uscire da un percorso narrativo che, pur composto da opere autonome, aveva mantenuto una forte coerenza interna.
L’altra grande curiosità riguardava inevitabilmente il suo stile. Miguel Vila ha costruito negli anni un linguaggio grafico estremamente riconoscibile, capace di partire dalla gabbia classica per deformarla e reinterpretarla secondo la propria sensibilità artistica. Nei lavori precedenti questa ricerca è stata sviluppata attraverso sperimentazioni differenti: in alcuni casi con un approccio più rigoroso e geometrico, in altri in maniera decisamente più libera, arrivando anche a esasperare determinate soluzioni compositive.
Per questo motivo, ancora prima di affrontare la lettura di Deflagrazione, erano proprio queste le domande più interessanti: come sarebbe cambiata la sua scrittura dopo la trilogia? E in che modo si sarebbe evoluto il suo linguaggio visivo?


La storia e i personaggi
Entrando nel fumetto, Deflagrazione prende ispirazione dalla vicenda dell’Unabomber italiano, senza però raccontarne direttamente gli eventi né ambientarsi in quel preciso contesto storico. Tutto nasce da un episodio contemporaneo che richiama inevitabilmente, nell’immaginario collettivo, quella pagina della cronaca italiana.
Qui emerge subito una prima differenza rispetto ai lavori precedenti. Questa volta la narrazione parte da una premessa molto più definita, che rappresenta fin da subito il filo conduttore tra i diversi personaggi. Nei libri della trilogia, invece, Miguel Vila ci aveva abituato a presentarci gradualmente gli attori del suo grande palcoscenico, lasciando che fosse il lettore, insieme all’autore, a ricostruire progressivamente i legami che li univano. È un cambiamento importante nel modo di raccontare, ma che non snatura affatto la sua poetica. Proseguendo nella lettura, infatti, l’obiettivo resta quello che ha sempre caratterizzato la sua produzione: scomporre e analizzare quei sottilissimi fili invisibili che legano le persone tra loro.
Rimane centrale anche un’altra costante della sua narrativa: l’esplorazione del disagio, tanto individuale quanto relazionale. È un elemento che attraversa tutta la sua produzione, sebbene con intensità differenti. In Deflagrazione, però, ho avuto la sensazione che questo aspetto occupi uno spazio leggermente diverso. Il disagio continua a essere presente, ma sembra accompagnare la vicenda più che costituirne il vero motore narrativo. È meno approfondito rispetto ad alcune opere precedenti e lascia maggiore spazio allo sviluppo della trama.
Un’altra differenza significativa riguarda l’ambientazione. Non siamo più nel Veneto, tra Padova e la sua provincia, ma a Bologna. Anche questa scelta non appare casuale: è una città che Miguel Vila conosce profondamente, avendoci studiato e vissuto. Eppure, a differenza di quanto accadeva nella trilogia, Bologna sembra essere utilizzata soprattutto come scenario della vicenda, più che come spazio autobiografico.
Probabilmente alcuni personaggi o situazioni rimandano comunque al vissuto personale dell’autore, ma questa volta non sembra essere quello il centro del racconto. Anzi, lo stesso Miguel Vila racconta di aver percepito i personaggi come più distanti rispetto al passato, e questo potrebbe spiegare anche una sensazione emersa durante la lettura. Non credo si tratti di personaggi meno riusciti o meno ispirati, quanto piuttosto meno approfonditi, maggiormente funzionali alla costruzione della vicenda.


Lo stile: gabbia e colorazione
Passando invece al linguaggio grafico, ho avuto la sensazione che la trilogia precedente abbia rappresentato, anche e soprattutto, un grande laboratorio di sperimentazione. In Deflagrazione quella ricerca sembra trovare una sintesi. Il fumetto rimane pienamente coerente con quanto Miguel Vila aveva costruito negli anni precedenti, ma invece di introdurre nuove soluzioni utilizza e consolida quelle che si sono dimostrate più efficaci.
Ritroviamo quindi le gabbie scomposte, le pagine dedicate esclusivamente ai dettagli – uno sguardo, una mano, un oggetto – e quella capacità di guidare l’occhio del lettore verso elementi che, in una tavola più tradizionale, rischierebbero di passare inosservati.
La differenza è che questa volta tutto appare meno esasperato, più vicino all’equilibrio quasi raggiunto in Comfortless che alle sperimentazioni più radicali delle prime opere. Colpisce inoltre una maggiore presenza di pagine costruite con gabbie più fitte e ricche di vignette, soluzione che sembra rispondere alla volontà di dare maggiore centralità alla componente narrativa. Personalmente ho percepito questo lavoro come meno sperimentale, ma allo stesso tempo più maturo e riuscito. La grammatica visiva dell’autore appare ormai pienamente definita.
Anche il lavoro sul colore merita una riflessione. Nei libri precedenti Miguel Vila tendeva a costruire un’identità cromatica molto uniforme, scegliendo una palette capace di accompagnare l’intero racconto. In Deflagrazione questo principio rimane, ma viene affiancato da un utilizzo più dinamico del colore. In alcune sequenze la palette cambia sensibilmente, modificando il tono emotivo della scena. Talvolta serve a sottolineare un momento destinato a lasciare il segno nel lettore, altre volte accompagna con efficacia lo stato d’animo dei personaggi. È una differenza forse meno evidente rispetto ad altri aspetti del fumetto, ma a mio avviso significativa.


Conclusioni
Ho voluto concentrarmi soprattutto su questi elementi perché sono stati quelli che più hanno influenzato la mia esperienza di lettura. Come di consueto preferiamo non entrare troppo nei dettagli della trama, sia per evitare spoiler sia perché sono altri gli aspetti che mi interessava approfondire.
Vale comunque la pena spendere qualche parola sul percorso compiuto dall’autore. È stato interessante vedere Miguel Vila confrontarsi con qualcosa di diverso rispetto a ciò che gli viene più naturale raccontare. Fare l’autore significa anche questo: uscire dalla propria zona di comfort, mettersi alla prova e osservare come cambia il proprio processo creativo quando si affrontano territori meno familiari. Per questo motivo considero Deflagrazione anche un esperimento. Un esperimento che, a mio avviso, poggia già su basi molto solide e che potrebbe rappresentare un punto di partenza importante per eventuali lavori futuri orientati in questa direzione.
La conclusione della vicenda mi è sembrata coerente, seppur leggermente prevedibile. Non è un finale che lascia insoddisfatti; semplicemente non sorprende quanto il percorso che lo precede. In fondo, però, la costruzione di un’identità artistica passa anche attraverso opere come questa: lavori che sperimentano, consolidano e preparano il terreno per ciò che verrà dopo.


Intervista vaga a Miguel Vila
Questa intervista prende spunto da un format che utilizziamo per le video-intervista: “E se i fumetti fossero una dipendenza?”. Secondo alcuni orientamenti in psicologia, i sintomi non dovrebbero essere considerati necessariamente con un’accezione negativa, ma piuttosto spiegati in termini funzionali e adattivi per l’individuo. Seguendo questa prospettiva, i sintomi, come ad esempio le dipendenze, a modo loro ci permetterebbero di “vivere”.
In occasione del Napoli Comicon 2026, durante una chiacchierata con Miguel Vila, abbiamo posto questa domanda all’autore padovano, condita con le solite domande che caratterizzano questo format.
Ringraziamo Miguel Vila per la disponibilità, buona lettura!
- Ciao Miguel, prima di tutto grazie per averci concesso questa intervista! Ti farò quattro domande immaginando che i fumetti siano una “dipendenza”. Puoi rispondere in maniera letterale, psicologica oppure semplicemente come preferisci. Partiamo dalla prima domanda: quando sono comparsi i primi sintomi?
Penso da giovanissimo, addirittura da quando avevo due anni. Almeno questo è quello che dice mia madre: magari è vero, magari no, però lo prendo per buono.
Già disegnavo e cercavo di copiare quello che vedevo nei fumetti, anche se non ne capivo davvero le storie. Avevamo tantissimi Topolino in casa, che leggeva mia sorella. Mi piaceva sfogliarli, osservare le vignette, le pagine, le espressioni dei personaggi e il modo in cui comunicavano.
Anche dopo aver imparato a leggere, all’inizio non capivo ancora la logica delle storie. Mi interessava soprattutto il linguaggio del fumetto e cercavo di emularlo realizzando piccoli fumetti miei, spesso senza sapere davvero come costruire una narrazione.
Poi c’è stato un periodo di latenza – molto freudiano, diciamo – durante il quale ho smesso e mi sono dedicato alla pittura. È stata comunque un’esperienza importante, perché mi ha insegnato moltissimo.
Successivamente ho capito che non volevo fare il pittore e, dopo il primo diploma, ho deciso di proseguire all’Accademia di Belle Arti di Bologna.
- Quando è diventata una dipendenza?
Non so se la definirei una dipendenza. La vivo più come un dovere. Penso di essere bravo a fare questo lavoro e quindi sento di doverlo fare. Non provo quella specie di “febbre” del disegnare continuamente. Ci sono altre cose nella mia vita verso cui mi sento molto più compulsivo.
In realtà passo molto più tempo a immaginare i fumetti che a disegnarli. Tutto il lavoro mentale occupa una parte enorme del processo. Anche i miei taccuini si riempiono molto lentamente, perché mi vergogno un po’ a disegnare in pubblico.
Quando però arriva il momento dei definitivi mi diverto davvero. Ci sono periodi in cui il lavoro può assomigliare a una dipendenza, soprattutto quando hai molte scadenze e diventa quasi meccanico, ma in senso positivo. Disegni tantissimo, affronti progetti diversi e devi stare al passo.
Più che una dipendenza, però, la vivo come una missione. So che sono la persona che può raccontare quei fumetti con il mio stile, e mi sembrerebbe un peccato non farlo.
- Questo dovere lo senti verso te stesso o verso gli altri?
Innanzitutto verso me stesso, perché sento che fare fumetti mi fa stare bene. Naturalmente mi interessa anche che gli altri li leggano, ma non ho la pretesa di cambiare la vita a qualcuno. Se una persona sta bene leggendo fumetti e tra questi legge anche i miei, allora ne sono felice.
Per me il fumetto è soprattutto condivisione: condividere un’esperienza con altre persone, anche se poi la interpreteranno in modo diverso. La prima funzione, però, è personale. Per molti aspetti è terapeutico: mentre lavori a un fumetto finisci anche per capire qualcosa in più di te stesso.
- Hai mai pensato di smettere?
In questo momento no, anche perché non saprei fare altro. Ovviamente non escludo che un giorno le cose possano andare male e che sia costretto a cambiare strada. Sono abbastanza realista.
Più che altro sento il bisogno di raccontare delle storie. Sarebbe un peccato non farlo. In questo periodo della mia vita ho ancora tantissime cose da raccontare e sono convinto che, finite alcune storie, ne arriveranno altre. Poi magari in futuro scoprirò che non è così, ma oggi mi sento in questa fase.
- È curioso, perché quasi tutti gli altri intervistati hanno risposto di sì a questa domanda. Il tuo “no” è piuttosto raro.
Sì, probabilmente perché non vivo il fumetto come una dipendenza nel senso classico del termine.
- Come influisce sulla tua vita attualmente?
Sicuramente ha cambiato il mio modo di guardare le cose. Mi ha insegnato ad analizzarle meglio, a osservare di più quello che mi circonda e ad avere quasi una doppia visione della realtà. Anche il modo in cui parlo o osservo le persone, in fondo, è collegato al lavoro che faccio.
Tutto questo mi serve poi quando realizzo nuovi fumetti. Anche a livello sociale mi ha aiutato tantissimo. Ho conosciuto moltissime persone e credo che, se non facessi questo lavoro, probabilmente sarei molto più isolato. Sono una persona abbastanza solitaria, anche se frequento tante persone grazie ai festival e alle esperienze fatte negli anni.
- Hai fatto anche residenze artistiche?
Sì, una ad Angoulême. Lì ho conosciuto davvero tantissime persone. Se non avessi fatto quell’esperienza probabilmente non le avrei mai incontrate. Tra gli italiani c’era Marco Quadri, ma in generale eravamo pochissimi. C’erano soprattutto persone provenienti da altri Paesi, in particolare dal mondo ispanofono.
È stata un’esperienza molto particolare: conoscevi tante persone, ma poi dopo pochi mesi ripartivano. Io invece sono rimasto più a lungo. Oggi forse non sento più il bisogno di rifare un’esperienza simile, però è stato un periodo davvero bello.
- Ultima domanda: come ti senti rispetto a questo nuovo libro?
È il quarto libro che scrivo e, rispetto ai precedenti, ho avuto un rapporto più freddo e distaccato con i personaggi. Nei libri precedenti provavo un legame molto più forte, quasi come se conoscessi personalmente quei personaggi. In questo caso, invece, volevo affrontare qualcosa di più distante, pur mantenendo tematiche molto vicine a quelle che tratto abitualmente.
Credo che questa sia anche la differenza rispetto alla trilogia precedente: volevo raccontare una storia che non fosse completamente dentro il mio vissuto.
I protagonisti sono anche molto più adulti di quelli che ho raccontato finora. Ho sempre pensato che sarei riuscito a raccontare davvero gli adulti solo diventando anch’io pienamente adulto. Ho 33 anni, ma penso che quando avrò quarantacinque o cinquant’anni avrò una percezione diversa della mezza età. Oggi mi sento ancora in una fase intermedia e questo rende tutto un po’ particolare. Anche per questo ho vissuto un certo distacco durante la realizzazione del libro. Inoltre è stato molto difficile da concludere perché affrontava argomenti complessi, come il diritto penale, la criminologia e gli aspetti forensi.
Mi sono ispirato ad alcuni fatti di cronaca, ma poi ho costruito una vicenda completamente mia. Proprio per questo ho dovuto studiare molto e farmi aiutare da persone competenti. Conoscevo persone che mi hanno dato una mano, tra cui anche chi aveva familiari avvocati, aiutandomi a rendere credibili dettagli come procedure, pene e altri aspetti giuridici. Alla fine non volevo realizzare una ricostruzione perfettamente fedele alla realtà: mi interessava soprattutto che risultasse credibile, senza dire sciocchezze.
- Grazie davvero per la disponibilità.
Figurati, grazie a te.


La tua fonte vaga di fumetti!


