
I miei vicini Yamada – La recensione
Per iniziare.
Inauguriamo in questa sede il cinema del ricordo nostalgico, della memoria struggente e dell’immagine ereditaria. Una dimensione con margini trasparenti e autentici, bizzarri, talune volte surreali ma complessi da abbandonare.
Ricordando.
Isao Takahata, già noto autore con una carriera longeva e colossale e regista di film mastodontici quali: Una tomba per le lucciole, Pom poko, Poggia di ricordi, Gosho il violoncellista e il più recente Kaguya-hime no Monogatari, a fine anni Novanta, lavorò, assieme al collega e amico Toshio Suzuki; a un film che avrebbe cambiato completamente l’animazione giapponese. Un totale stravolgimento che prese in esame il pieno sfruttamento scaturito dal disegno a matita e la pratica che prevedeva il dipingere delle linee esterne – un processo successivamente finalizzato in digitale. Una piena innovazione a livello di tecnica, poiché in precedenza i rodovetri venivano realizzati come se fossero dei libri da colorare. (Ma non è questa la sede per approfondire l’argomento).
Successivamente…
Nei tardi anni Novanta Takahata diede inizio, assieme al sopracitato Suzuki, alla progettazione de I miei vicini Yamada. Il film si basò sulla struttura effimera del manga Yonkoma di Hisaichi Ishii (Tonari no yamadakun), molto straniante per Isao, «ma perfettamente conforme per la sua dialettica»; disse Suzuki. L’accoglienza del film ebbe un risvolto quasi disastrato a causa del cambio di distribuzione, dal momento che la casa distributrice dell’epoca ebbe grossi problemi contrattuali. Seppure la pellicola riscosse un esito negativo al botteghino, basterebbero le armoniose e tipiche passeggiate sotto il fiorire dei fiori di ciliegio e ai personaggi che si annullano progressivamente dentro agli sfondi vacui con indefiniti margini, a saggiare I miei vicini Yamada nell’olimpo dell’animazione giapponese. Consacrando ottimamente l’opera di Hisaichi Ishii.
Un valore accreditario.
Isao Takahata si abbandona completamente nelle strutture effimere degli haiku (brevi poemetti giapponesi), per comporre un racconto di rara bellezza ideologica e artistica. Il film fu così, tra alti e bassi, un diario d’amore verso l’animazione e la cultura nipponica. Riflettendo sulla disfatta commerciale del film, già nominata in precedenza e purtroppo immeritata, I miei vicini Yamada non si privano di brillare in quanto diario effimero di massima rappresentazione del Sol Levante; permeando nella bizzarra ma necessaria estetica dei personaggi quanto sulla disistima linea con cui venne accolto il film. Pur essendo un film tra i meno apprezzati e forse più odiati dello studio Ghibli, anche dagli stessi fan italiani, il suo valore è indissolubilmente di pregio.
Sinossi.
I membri Yamada sono una sbadata famigliola dal raro gusto caotico, essa è composta dal padre Takashi che lavora in azienda, dall’adolescente e a volte esistenzialista Naboru, dalla schietta nonna Shige, dalla goffa ma pensierosa madre Matsuko e dalla sveglia e scaltra scolaretta Nanoko. Il quadro perfetto giapponese.
Iniziamo dagli elementi più importanti.
Partendo dalla struttura. Gli armonici ritmi degli haiku riflettono ciò che sarà il film: un diario frammentario che spezza ma non infrange la vera essenza quotidiana del comune e apparente vivere del quintetto familiare. La pellicola trova subito la sua identità nell’incipit, descritto dalla figlioletta Nanoko con razionalità ma costruito con scenari immaginifici integralmente sperimentali; enfatizzando il senso di libera fantasia in una dimensione ubicata da obblighi quotidiani e impegni salaryman. L’immagine è ereditaria, richiamando nel suo minimalismo la tradizionale Arte grafica del Sol Levante – in modo da preservare e immortalare l’autenticità giapponese. Grazie alla connessione tra spazi vacui e contigui – fantasticherie immaginifiche e diversità congiunta, Takahata formalizzò un appalto a cui tutti poterono assistere e, pur essendo cristallizzata in un dimorare giapponese, la sua comune matrice quotidiana, caotica e sbadata; conferì una percezione e un’inclusione generalmente e/o globalmente unificante. L’estetica del film è difforme, probabilmente alienata e differente dal classico modus operandi del ricordato e compianto maestro; non solo per la sua natura pienamente sperimentale dunque inusuale rispetto a film più pieni e decisi come Una tomba per le lucciole, Pom Poko o il struggente e nostalgico Pioggia di Ricordi; ma soprattutto per l’omogeneità tra corpo tematico e character design.
E continua…
Questo dualismo tra corpo tematico e stile di disegno – tra semiotica testuale dichiarata dai vari poemetti, concima nell’immagine del film una satura preservazione identitaria; trasportando lo spettatore nell’apparenza di un vivere illusorio, in cui, l’ovvietà, specialmente per gli Yamada, non è persistente. Lo stile deformed e dal tratto semplicistico è l’elusione perfetta, una novità per Takahata, ed è questa novità che sanciva estraneità in un mondo esternamente impalcato: includendo lo spettatore in una dimensione filmica fatta di retaggi socioculturali e di credenze artefatte. Se il collega e amico di vecchia data Hayao Miyazaki, presenta nel suo operato una combinazione organica in movimento e flessuosità grafica, la poetica di Takahata si diversifica in quanto imprime nel sillabario degli haiku una narrativa disorganica fossilizzata nella dialettica delle attese e sulle quieti esistenziali. Un cinema molto vicino a quello di Yasujirō Ozu, dunque soggetto a natura filosofica e riflessiva. E di cui il regista ne è pieno debitore.
Nell’introspezione.
Takahata ci inonda così di immaginari solidi per quanto continuamente suddivisi dai frenetici ritmi incessanti degli haiku, concitando nella prospettiva dello spettatore un margine di infinita gamma emotiva e priva di enti oppressivi. Un film mutuato dai più grandi valori del cinema esistenzialista, sino ad approdare come menestrello ispiratore al più modernista cinema del delirio e della coscienza di Satoshi Kon. Una pellicola che potrebbe vivere di concetti culturali e di abituali interazioni coniugali e rimproveri paternali, benché tra spazi bianchi e fatui, il margine che vede i personaggi quasi annullarsi negli sperimentali e idilliaci sfondi è importante se non indispensabile quanto alla adattabilità che ebbe nel suo successivo e massimo apice carrieristico e artistico: La storia della principessa splendente. Un collegamento che ricalca il pensiero di Melvin Lerner, ovvero il bisogno di credere in un mondo equo. Takahata riprende a pieno questo concetto, unificando un dittico con il medesimo , in modo da creare un’equità duttile indubbia. Un passaggio, una sorta di scissione che ebbe degli esiti inderogabili e degli effetti monumentali nella carriera del cineasta.
Conclusioni.
Un cartone animato che ho adorato dal primo movimento di macchina, ho amato la disposizione familiare degli Yamada e ho apprezzato particolarmente i colori che diventavano più scuri e più nitidi in rapporto a ragionamenti filosofici. Una condizione che personalmente ho dedotto come una sorta di presa di coscienza estrapolata dal contesto e dal tratto apparentemente prevedibile. Geniale e di supporto il richiamo a Gekko Kaimen (Moon Mask Rider), con lo scopo di trasmettere nostalgia allo spettatore e al tempo stesso di congiunzione alla propria infanzia e vita passata.
E per finire...
Una dinamica che mi ha colpito particolarmente per la malleabile regia di Takahata e come la stessa sia splendidamente omologa nel corpo tematico quanto in quello artistico. A conti fatti un film esemplare, memorabile, un meandro di cultura e un fotogramma continuo del comune ma necessario trascorrere nipponico. La pellicola perfetta per comprendere la filosofia giapponese e come l’animazione stessa si possa fondere in essa.
Grazie per aver letto fino a qui!
La tua fonte vaga di fumetti!



















