Manga & Manhwa

Il diario della mia scomparsa di Hideo Azuma

Introduzione

Un autore affermato abbandona improvvisamente il lavoro, la famiglia e ogni responsabilità. Scompare, dorme all’aperto e cerca tra i rifiuti ciò che gli serve per sopravvivere. Precipita in una profonda crisi personale e nella dipendenza dall’alcol, che lo condurrà al ricovero ospedaliero.

Non è la trama di una storia costruita a tavolino, né un racconto concepito per guidare il protagonista verso una redenzione esemplare. È la vicenda autobiografica narrata da Hideo Azuma in Il diario della mia scomparsa, titolo originale Shissō Nikki e conosciuto internazionalmente come Disappearance Diary. Lo stesso Hideo Azuma autore di Pollon, il manga divenuto un cult in Italia grazie alla trasposizione animata.

Pubblicato in Giappone da East Press nel 2005 e arrivato in Italia nel 2019 grazie a J-POP Manga, Il diario della mia scomparsa ripercorre alcuni dei periodi più drammatici della vita dell’autore. L’opera è divisa in tre sezioni: due dedicate alle sue “evasioni” e una al successivo ricovero causato dall’alcolismo.

Hideo Azuma racconta il proprio vissuto con sorprendente lucidità e onestà, senza cercare assoluzioni né trasformare le proprie esperienze in una lezione morale. Non enfatizza il dolore, non invoca la compassione del lettore e non presenta la fuga come un gesto romantico. Affida la propria storia a uno stile singolare e a un disegno semplice e caricaturale, apparentemente incompatibile con la gravità degli eventi. In fondo, come afferma ironicamente lo stesso Azuma, disegnare le cose in modo realistico è più difficile e rende tutto triste.

È proprio il contrasto tra il peso di ciò che viene narrato e la leggerezza con cui prende forma sulla pagina a rendere Il diario della mia scomparsa una delle autobiografie a fumetti più particolari e dolorose dedicate alla fragilità di un autore, alla crisi del lavoro creativo e alla dipendenza come forma di fuga dalle responsabilità.

L’escapismo

Prima della crisi, Hideo Azuma era già un mangaka conosciuto e prolifico, attivo professionalmente dalla fine degli anni Sessanta. Nei decenni successivi aveva lavorato soprattutto nel campo del manga comico e fantascientifico, raggiungendo anche il pubblico italiano grazie a opere come Pollon e Nanà Supergirl. Il successo, tuttavia, non gli impedì di entrare in una profonda crisi personale e professionale.

La prima scomparsa risale al novembre del 1989. Il mangaka abbandona improvvisamente i progetti editoriali ai quali sta lavorando, si allontana da casa e, dopo un tentativo di suicidio, comincia a vivere all’aperto. Nel 1992, dopo essere tornato al proprio mestiere, fugge una seconda volta. Trascorre un nuovo periodo senza fissa dimora e in seguito trova un lavoro manuale nella posa delle tubature del gas. La terza parte del libro si sposta invece alla fine degli anni Novanta e racconta l’aggravarsi dell’alcolismo, culminato nel ricovero del dicembre 1998.

Questi momenti non sono presentati come episodi indipendenti, ma come fasi di uno stesso processo. Prima Hideo Azuma fugge fisicamente dalla propria vita, poi tenta di costruirsene una nuova assumendo un’identità ordinaria e, infine, cerca nell’alcol un’ulteriore forma di oblio. Ogni volta prova a sottrarsi a ciò che non riesce più a sostenere, ma la fuga non elimina il problema: lo trasferisce altrove, lasciandolo riemergere in una forma ancora più distruttiva.

Il vagabondaggio

Ne Il diario della mia scomparsa, Hideo Azuma dedica molto spazio alla vita all’aperto e senza fissa dimora. Racconta la ricerca di luoghi in cui dormire, il freddo, la necessità di nascondersi, il recupero di cibo scartato e i piccoli espedienti escogitati per rendere sopportabile una condizione estrema.

Mangiare, ripararsi dalla pioggia, accendere un fuoco, muoversi senza attirare l’attenzione e trovare un posto sicuro per la notte diventano le attività attorno alle quali si organizza ogni giornata. Il mangaka-protagonista le descrive con la stessa precisione con cui un altro autore potrebbe raccontare il tragitto verso il lavoro o la preparazione di un pasto.

Da questo punto di vista, Il diario della mia scomparsa assume quasi la forma di uno slice of life della marginalità. Non è però corretto definirlo propriamente un gekiga, perché manca il realismo grafico e drammatico generalmente associato a quella tradizione (nonostante i temi trattati). L’opera rimane un memoir manga filtrato dalla sensibilità di un autore comico.

La vita da vagabondo crea un’ingannevole impressione di libertà. Hideo Azuma non deve più rispondere agli editori, rispettare scadenze o sostenere le aspettative altrui. Le sue giornate si riducono a bisogni elementari e obiettivi immediati. Questa apparente libertà nasce però da una frattura, non da una scelta serena: l’autore non abbandona le proprie responsabilità perché ha trovato un’esistenza migliore, ma perché non riesce più ad affrontarle. Alle consegne e ai rapporti professionali subentrano così il freddo, la fame, l’isolamento e il rischio di essere scoperto. La sopravvivenza occupa lo spazio lasciato vuoto dal lavoro. Ciò che inizialmente può sembrare un’avventura eccentrica si rivela una progressiva riduzione dell’esistenza alle sue necessità più urgenti.

Il lavoro manuale

Durante la seconda scomparsa, il racconto cambia gradualmente direzione. Dopo un nuovo periodo trascorso all’aperto, Hideo Azuma trova lavoro nella posa delle tubature del gas. La sua vita acquista così una struttura fatta di orari, spostamenti, colleghi, mansioni da imparare e fatica fisica.

Il passaggio dal tavolo da disegno al cantiere è uno degli snodi più interessanti del libro. Il mangaka, abituato a una professione creativa svolta prevalentemente in solitudine, entra in un ambiente regolato da rapporti diretti e competenze manuali. Per inserirsi deve imparare un mestiere completamente diverso e confrontarsi con persone estranee al mondo dell’editoria.

Eppure, Azuma continua a osservare ciò che lo circonda come un fumettista. Registra i comportamenti dei colleghi, le loro stranezze, i dialoghi, le incomprensioni e gli episodi assurdi della giornata. Può abbandonare temporaneamente la professione, ma non riesce a smettere di organizzare la realtà secondo una logica narrativa.

Nasce così uno dei paradossi centrali dell’opera. Il protagonista fugge dal manga, ma proprio quella fuga diventerà il soggetto di uno dei suoi lavori più importanti. Tenta di sottrarsi alla propria identità professionale, eppure continua a interpretare il mondo attraverso gli strumenti maturati come autore. Durante l’esperienza da operaio realizza persino un fumetto per una pubblicazione aziendale, Gas Cat from the Gas Company, senza essere riconosciuto come il mangaka che aveva lavorato per importanti riviste. È una contraddizione di cui Hideo Azuma è consapevole e che riassume così: “Quando ero senza tetto volevo iniziare a lavorare. Quando facevo lavori manuali, volevo diventare un artista“.

In ogni caso, il lavoro manuale non viene idealizzato come un’alternativa più autentica alla professione creativa. Offre al mangaka una nuova routine, ma non risolve la crisi che lo ha portato a scomparire. Anche questa parentesi giunge al termine e l’autore torna infine al manga, non per una ritrovata vocazione assoluta, ma per una combinazione più ambigua di abitudine, necessità e impossibilità di separarsi completamente da ciò che sa fare.

L’insostenibile lavoro dei mangaka

Il diario della mia scomparsa è anche una riflessione sulla fragilità psicologica di chi lavora nell’industria del manga. Il successo professionale non protegge dalla depressione o dal burnout. Può persino rendere più difficile riconoscere il progressivo deterioramento della propria condizione.

Il mestiere del mangaka viene spesso rappresentato attraverso un’idea quasi eroica della dedizione: notti trascorse al tavolo da disegno, ritmi estremi, serializzazioni ininterrotte e consegne rispettate a qualunque costo. In questa prospettiva, la sofferenza rischia di essere considerata una componente inevitabile del lavoro. Hideo Azuma mostra invece cosa può accadere quando la pressione professionale si somma a una condizione psicologica già compromessa.

Il suo rapporto con il disegno appare profondamente ambivalente. Creare fumetti è ciò che ha dato forma alla sua carriera e alla sua identità, ma è anche il luogo nel quale si sono accumulate paura, stanchezza e frustrazione. Il problema non è soltanto disegnare, ma dover continuare a farlo rispettando scadenze, richieste editoriali e aspettative che sembrano non lasciare spazio alla debolezza o all’errore.

La fuga di Hideo Azuma non deve tuttavia essere interpretata come un gesto romantico di ribellione contro il sistema. Abbandonare il lavoro significa abbandonare anche persone e responsabilità. Nel suo racconto, il mangaka non si presenta come una vittima innocente né come un ribelle che ha trovato il coraggio di rifiutare la società. Si mostra piuttosto come una persona che non è più riuscita a sostenere la propria esistenza e ha reagito scegliendo la soluzione più immediata: sparire.

Infine, il mangaka non individua un’unica causa capace di spiegare la propria scomparsa. Il gesto sembra nascere dall’accumulo di depressione, pressione, paura e incapacità di affrontare ciò che sta accadendo. Proprio l’assenza di una spiegazione definitiva rende il racconto così credibile e inquietante. Le crisi psicologiche non sempre derivano da un singolo evento riconoscibile: possono svilupparsi lentamente, mentre la persona continua almeno in apparenza a lavorare e a mantenere il proprio ruolo, fino al momento in cui ogni responsabilità diventa insostenibile.

La formula del diario

Hideo Azuma ricostruisce questi periodi attraverso un’autobiografia consapevolmente selettiva. Non propone una confessione integrale: esclude gli episodi che ritiene impossibili da trasformare in intrattenimento e i dettagli che considera troppo degradanti per rendere il manga leggibile. Questa scelta non rende però il racconto meno sincero. Ne chiarisce piuttosto la natura: una testimonianza personale costruita attraverso ciò che l’autore ricorda e sceglie di rendere narrabile.

Il racconto rimane interamente concentrato sul suo punto di vista e dedica poco spazio alle conseguenze delle sue decisioni sulle persone che lo circondavano. La sofferenza arrecata alla famiglia, le difficoltà causate agli editori e ai collaboratori e le ripercussioni professionali restano fuori campo. Questa prospettiva limitata rappresenta uno degli aspetti più controversi dell’opera e impedisce di considerarla una ricostruzione esaustiva di quanto accaduto. È il diario di Hideo Azuma, non quello delle persone rimaste ad affrontare gli effetti della sua scomparsa.

Il valore della testimonianza non risiede quindi nella completezza, ma nell’onestà con cui il mangaka racconta la propria esperienza senza pretendere di spiegarla fino in fondo. Il lettore accede soltanto alla sua versione dei fatti, parziale e filtrata dalla memoria, ma non per questo meno sincera.

L’alcolismo

Se il vagabondaggio rappresenta una fuga fisica, l’alcolismo diventa una forma più lenta e profonda di annullamento. Quella che inizialmente può sembrare una ricerca di sollievo si trasforma gradualmente in una dipendenza capace di scandire l’intera giornata.

La parte conclusiva di Il diario della mia scomparsa racconta il passaggio al consumo continuativo, i tremori, le alterazioni della percezione (tra visioni e paranoie) e la progressiva perdita di autonomia. La situazione si aggrava fino al ricovero forzato del dicembre 1998. Anche in questo caso, Hideo Azuma evita il melodramma e descrive il proprio deterioramento con lucido distacco, quasi si trattasse di un normale e comune episodio della vita quotidiana.

L’alcol non viene presentato come il vizio pittoresco di un artista tormentato, ma come una dipendenza distruttiva che finisce per annullare tutto il resto. Il protagonista non beve più per piacere o per cercare un momento di leggerezza: arriva a bere perché il corpo e la mente non riescono più a tollerare l’assenza dell’alcol.

Il meccanismo richiama quello delle precedenti fughe: nel tentativo di sottrarsi a una realtà divenuta insostenibile, Hideo Azuma finisce ogni volta in una condizione ancora più difficile da affrontare. La vita in strada sostituisce le responsabilità quotidiane con la precarietà e la lotta per la sopravvivenza; l’alcol, inizialmente cercato come forma di sollievo, si trasforma invece in una dipendenza che finisce per dominare la sua esistenza.

Il ricovero non viene trasformato nel punto culminante di una storia di redenzione, ma appare come la conseguenza di un processo ormai fuori controllo. La sezione ospedaliera presente nel volume costituisce soltanto una prima esplorazione di quell’esperienza, ripresa e ampliata da Hideo Azuma nel 2013 in Shissō Nikki 2: Al-chū Byōtō. Quest’ultimo non è mai stato pubblicato in Italia, probabilmente perché i temi affrontati e la sua difficile collocazione commerciale sono stati considerati poco adatti al mercato italiano. Una scelta comprensibile sul piano editoriale, ma vagamente discutibile.

Disegno contro contenuti

Una delle caratteristiche più singolari de Il diario della mia scomparsa è il contrasto tra forma e contenuto. Il tratto di Hideo Azuma è semplice, tondeggiante e caricaturale. Il suo alter ego ha un aspetto buffo e stilizzato, mentre gli eventi narrati riguardano depressione, tentato suicidio, vita in strada, dipendenza e ricovero.

Una rappresentazione realistica avrebbe probabilmente accentuato la componente tragica dell’opera. Il mangaka sceglie invece un linguaggio visivo legato alla propria esperienza di autore comico. Non rinnega il suo stile per dimostrare la serietà di ciò che racconta, ma lo utilizza come filtro, creando la distanza necessaria per affrontare esperienze che, rappresentate in modo più diretto, rischierebbero di diventare insostenibili.

L’ironia non cancella il dolore né ne attenua la gravità, ma permette di osservarlo con maggiore distacco. Il lettore può sorridere di fronte a un comportamento assurdo o a una soluzione improvvisata, per poi rendersi conto della situazione tragica che ha prodotto quella gag. La comicità non funziona quindi come una negazione, ma come uno strumento che consente ad Hideo Azuma di trasformare la propria esperienza in racconto.

Anche il riconoscimento assegnato al manga dal Japan Media Arts Festival sottolinea questa capacità di raccontare circostanze durissime attraverso uno sguardo distaccato, evitando il sentimentalismo senza nascondere la gravità degli eventi.

Le tavole sono spesso fitte e costruite attraverso numerose vignette regolari. Didascalie e dialoghi occupano gran parte dello spazio, restituendo un modo di raccontare legato alla formazione e alla lunga carriera dell’autore. Il ritmo conserva qualcosa della produzione manga degli anni Ottanta e Novanta: è serrato, denso, poco incline alle grandi aperture contemplative e concentrato sulla continua registrazione di azioni e informazioni.

Questa struttura si adatta perfettamente alla materia del racconto. La tragedia non viene concentrata in una singola immagine spettacolare, ma si accumula attraverso gesti ordinari: cercare cibo, nascondersi, lavorare, bere, sopravvivere e dormire. Il deterioramento non viene annunciato, ma avanza vignetta dopo vignetta, quasi confondendosi con la routine.

Conclusioni

Il diario della mia scomparsa è un’opera difficile da racchiudere in una sola definizione. È un’autobiografia, un diario e una commedia nerissima, ma soprattutto il racconto di un uomo che cerca di dare forma a una parte della propria vita senza trasformarla in una storia di redenzione. Il suo valore non dipende soltanto dall’eccezionalità degli avvenimenti narrati, ma dalla lucidità con cui Hideo Azuma riesce a raccontarli senza nobilitarli o attenuarne la gravità.

Non è, tuttavia, un manga adatto a tutti. Il tratto caricaturale, le tavole fitte e il ritmo serrato possono risultare distanti dalla sensibilità di alcuni lettori. Anche i contenuti richiedono una certa disposizione: dietro la dimensione quotidiana del racconto si susseguono esperienze particolarmente dure, come la depressione, il tentato suicidio, la vita senza fissa dimora e l’alcolismo.

L’importanza dell’opera è stata riconosciuta da numerosi premi. In Giappone ha ottenuto, tra gli altri, il Gran Premio della nona edizione del Japan Media Arts Festival, il Gran Premio culturale Osamu Tezuka, il Gran Premio della Japan Cartoonists Association e il Seiun Award nella categoria non-fiction. Nel 2019, l’edizione italiana ha inoltre ricevuto il Gran Guinigi per la riscoperta di un’opera.

Il limite del manga coincide in parte con la sua forza. Azuma non offre una ricostruzione completa né pretende di aver compreso fino in fondo quanto gli è accaduto. Sopravvivere non significa necessariamente capire, così come tornare a lavorare non annulla la fuga e raccontarla non ripara ciò che è stato danneggiato. La sua sincerità consiste anche nel non presentarsi come un uomo finalmente in possesso di tutte le risposte.

Il gesto più significativo dell’opera rimane allora il ritorno al tavolo da disegno. Dopo essere fuggito dal lavoro, dalla famiglia, dalla società e infine da sé stesso attraverso l’alcol, Hideo Azuma utilizza proprio il manga, dal quale aveva tentato di scappare, per ricostruire la storia della propria scomparsa. Non per giustificarla o assegnarle un significato definitivo, ma per riuscire finalmente a raccontarla.

Ultime curiosità sul mangaka:

  • Hideo Azuma fu autore non solo di Pollon e Nanako SOS (Nanà Supergirl), ma anche di Yadorigi-kun (vischio/parassita), incentrato su uno studente delle superiori con il vizio del bere e pubblicato nel 1980, venticinque anni prima de Il diario della mia scomparsa.
  • Dopo il successo di Pollon nel 1977, Hideo Azuma attraversò un periodo particolarmente prolifico, durante il quale pubblicò numerose serie e volumi unici: Animal Company, Chocolate Derringer, Mimi, Ningen Shikkaku, Tobe Tobe Donkey e Yadorigi-kun, tutti usciti nel 1980 in volume unico; Nanako SOS, pubblicato in cinque volumi tra il 1980 e il 1985; Hizashi e Yosei no Mori, entrambi usciti nel 1981 in volume unico. In seguito ebbero inizio gli eventi che sarebbero confluiti ne Il diario della mia scomparsa.

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