
Kick-Ass – I vigilanti secondo Mark Millar
A cavallo tra gli anni ’90 e inizi 2000, tra le fila della Marvel iniziava a farsi strada un giovane autore scozzese di nome Mark Millar, che raccolse un “discreto” successo nel mondo del fumetto supereroistico, al punto da spingere la Marvel ad affidargli due delle serie principali del nuovo universo Ultimate: The Ultimates e Ultimate X-Men. Da quelle serie, Millar trasse così tanto consenso da spingersi ben oltre, fondando un’etichetta indipendente, la Millarworld, in cui avrebbe potuto pubblicare storie e personaggi propri, mantenendone però anche i diritti d’autore. Tra questi personaggi, quello probabilmente più riuscito, nonché sentimentalmente più vicino all’autore, fu senza dubbio Kick-Ass.
Con quest’opera, inoltre, Millar proseguì l’operazione di decostruzione del supereroe classico, concentrandosi stavolta sulla figura dei “Vigilantes”, giustizieri mascherati che operano nei confini del proprio quartiere. La premessa fondamentale della miniserie (che poi divenne trilogia) risale all’adolescenza di Mark Millar e di quando andava in fumetteria con i suoi amici a leggere Batman: anno uno, fantasticando su come sarebbe stato “figo” essere un supereroe nel mondo reale.
E difatti, Dave Lizewski (alias Kick-Ass) raffigura proprio questo, in che modo avrebbe preso forma il sogno di Millar, all’interno però di un contesto iper-realistico e non più fantastico, come nei fumetti. Il vigilante mascherato di Millar non è più una figura da idolatrare a prescindere e che compie sempre atti stupefacenti, come avveniva solitamente in quel tipo di storie. Al contrario, può essere visto anche come una personaggio talmente bizzarro da essere vittima di scherno. Una figura con responsabilità e poteri molto più limitati.
Non a caso il reale alter-ego/specchio di Kick-Ass è da individuare proprio nella figura di Spider-Man, un modello di riferimento, rispetto al quale Kick-Ass si colloca sul versante opposto: un nerd puro che, con o senza maschera, comunque non ce la può fare, e che trae la propria forza non per ideali superiori, ma egoisticamente per la volontà di emergere, rendendolo così più simile al lettore medio, com’era difatti lo stesso Millar.
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