Fumetti Italiani

Materia Degenere 4ever – Un’ultima cosa

Materia Degenere 4ever: una nuova veste

Il progetto Materia Degenere nasce con un’intenzione chiara: dare spazio a voci nuove, fresche, spesso esordienti o quasi, in un panorama editoriale che tende a premiare sempre i nomi già consolidati. Nei suoi primi numeri, il formato era ben definito: un autore affermato proponeva storie “nel cassetto”, reinterpretate poi da cinque autorx emergenti.

Il primo volume ideato da Marco Galli, intitolato appunto Materia Degenere, ha visto la partecipazione di Federica Bellomi, Monica Rossi, Joe1, Elena Pagliani e Fumettibrutti. Il secondo, Materia Degenere², è stato affidato a Tuono Pettinato, con contributi di Upáta, Louseen Smith, Roberta Scomparsa, Nova e Ferraglia, e una copertina firmata da Percy Bertolini. A seguire, Materia Degener3 ha avuto come curatore Paolo Bacilieri, con storie di Giulia Ratti, Margherita Morotti, Claudia Bumbica, Giorgia Rachel Donnan e Maria Giulia Chistolini.

Dopo quest’ultima uscita, il progetto si è fermato per un paio d’anni, complice anche la sua natura di pubblicazione irregolare. Tuttavia, il ritorno è stato pensato con un approccio diverso, più agile e accessibile: un formato più vicino alla fanzine, sia nei contenuti che nel prezzo, e una volontà dichiarata di allontanarsi dal format iniziale che vedeva un autore “tutore” affiancare nuove leve.

Con Materia Degenere 4ever, il progetto sembra aver trovato una nuova forma, forse più definitiva – come suggerisce il titolo stesso. A guidare questa quarta reincarnazione sono Francesca Ghermandi e Criminaliza, in un confronto orizzontale, tra pari, dove le rispettive poetiche si sono incontrate e contaminate. Il lavoro è nato da una residenza presso il Compulsive Archive a Milano, cui ha partecipato solo Criminaliza, ma che è diventato il punto di partenza di un dialogo creativo sorprendente.

Criminaliza ha attinto all’archivio e all’immaginario di Ghermandi per creare personaggi e narrazione; da lì è nata una mappa, disegnata da Ghermandi, che ha funzionato come una sorta di storyboard rovesciato. Le ispirazioni raccolte durante la residenza – tra fanzine introvabili e immagini d’epoca – hanno alimentato un racconto visivo e narrativo stratificato.

La cura grafica è stata eccezionale, frutto della collaborazione tra Criminaliza e l’art director Davide Minciaroni. Il logo del progetto resta in parte invariato: la scritta “Materia” rimane fissa, mentre “Degenere” cambia a ogni uscita, con le consonanti ridisegnate dall’autorx coinvoltx, mantenendo però costante l’identità tipografica delle vocali.

Visivamente, il progetto strizza l’occhio a un’estetica pop che richiama i fumetti spillati italiani della fine degli anni ’90 e inizio 2000 – PK, W.I.T.C.H. – ma riletti in chiave contemporanea. L’albo include anche una mappa della storia realizzata da Francesca Ghermandi in formato poster A3 (in edizione limitata a 500 copie), un adesivo e un elegante segnalibro che omaggia Materia Degenere².

Dal punto di vista editoriale, questa nuova veste appare perfettamente calzante. La scelta di abbandonare il formato antologico classico – ormai inflazionato – si dimostra coerente con lo spirito di Materia Degenere: un progetto che ha sempre voluto muoversi, mutare, sperimentare. E per farlo, questa volta, si è guardato indietro, recuperando suggestioni senza però cercare l’effetto “novità” a tutti i costi.

Una metamorfosi che ha il sapore del ritorno alle origini, ma con occhi nuovi.

Un’ultima cosa: la recensione

Un’ultima cosa è la storia che segue ME, un protagonista apatico e spaesato, a cui, dopo aver terminato la lista di cose da fare, resta (appunto) un’ultima cosa. ME è un personaggio creato da Criminaliza, che ha tratto ispirazione dall’immaginario visivo di Francesca Ghermandi, con cui ha condiviso la fase ideativa del progetto.

ME attraversa un mondo caotico, iperattivo, denso di dettagli e deformazioni, in netto contrasto con il suo comportamento passivo. Questo disallineamento tra il dentro e il fuori evoca con forza temi come l’ansia sociale, la crisi identitaria, la sensazione di essere fuori asse rispetto a ciò che ci circonda. Ogni elemento della storia – dalle situazioni più assurde ai gesti quotidiani – è raccontato attraverso una lente allucinata, che restituisce esperienze comuni in modo surreale e perturbante.

Il tratto di Criminaliza è esplosivo e volutamente sovraccarico. Il suo stile post-digitale nasce da schizzi manuali, successivamente ripassati in digitale, dove ogni spazio è occupato: non ci sono vuoti, ma una stratificazione continua di colori, oggetti, segni e dettagli. Le tinte sono contrastanti e vibranti, e il passaggio tra una scena e l’altra avviene con un flusso continuo, che amplifica un senso di disorientamento. Il risultato è un vero e proprio sovraccarico sensoriale, che restituisce una sensazione quasi claustrofobica, ansiosa, di panico.

Un elemento interessante è la fissità espressiva dei volti. I personaggi mutano nei corpi – che si piegano, si stirano, si scompongono – più che nei volti, che restano immobili o subiscono solo leggere variazioni. Questo aspetto è particolarmente evidente in ME, l’unico che mostra una gamma espressiva leggermente più ampia, pur rimanendo enigmatico, come se riflettesse il proprio disorientamento interiore in modo indecifrabile.

Criminaliza gioca anche con la letteralità delle parole, che diventano un punto fermo nel caos visivo: la semantica diventa ancora una volta uno strumento narrativo, quasi l’unico appiglio razionale in un mondo che perde il vero significato delle parole, sfuggendo a qualsiasi logica.

Ho riletto Un’ultima cosa più volte. Ogni lettura mi ha lasciato la sensazione di aver tralasciato qualcosa, come se certi frammenti fossero sfuggiti al mio sguardo, proprio come accade a ME, che attraversa il racconto senza riuscire a dargli un senso pieno. Talvolta, tornando indietro, sono riuscito a recuperare dettagli che mi erano sfuggiti; altre volte, invece, il dubbio restava: quel qualcosa mancava davvero o ero io a immaginarlo?

È probabilmente questo l’effetto più riuscito della storia: una narrazione che non punta alla linearità o alla comprensione razionale, ma si fonda su sensazioni, suggestioni, frammenti emotivi. Una scrittura che lavora sulle sensazioni più che sulla percezione, sul disorientamento più che sulla spiegazione.

In definitiva, Un’ultima cosa rappresenta perfettamente il nuovo corso di Materia Degenere: un progetto che continua a rifiutare formule fisse, scegliendo invece di trasformarsi, come i suoi personaggi, in qualcosa di sempre diverso e sempre vivo.

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