
Moby Dick City Blues – Il sipario sul Progetto Stigma
Quando qualcosa finisce, la si può vivere in due modi: o si vive il lutto angosciante oppure ci si guarda indietro con un sorriso malinconico. E a conti fatti, venuto a conoscenza della fine del Progetto Stigma, ero davvero convinto che avrei vissuto il secondo fenomeno. Tuttavia qualcosa mi ha fatto ricredere.
Per chi non lo sapesse, il Progetto Stigma (in collaborazione con Eris Edizioni) fu fondato nel 2017 dal “Sommo Pontefice” AkaB, alias Gabriele Di Benedetto, artista fenomenale che, purtroppo, è venuto a mancare nel 2019. Stigma è nato e proseguito senza troppi precetti, ma con uno spirito ben definito: dare agli autori la libertà di poter essere e fare ciò che più li faceva stare bene, “i matti che finalmente gestiscono il manicomio”. E senza nulla togliere alla sfilza di opere e di autori che hanno preso parte a tutto questo, il motivo per cui non potrò più vivere serenamente questo lutto ha un nome e cognome ben preciso: Moby Dick City Blues, il canto del cigno del Progetto Stigma, sceneggiato da Marco Gnaccolini e disegnato da Cosimo Miorelli.
La storia è una rivisitazione futuristica del celebre romanzo di Herman Melville, uno dei libri più importanti di sempre. “Ogni casa editrice di fumetto deve avere il suo Moby Dick”, diceva AkaB, e in questo caso Gnaccolini e Miorelli non hanno semplicemente “rispettato” il suo desiderio, ma creato un’opera complessissima (nell’accezione positiva del termine) sia a livello cognitivo che visivo. Un appagamento per la mente e una goduria per gli occhi, in parole umane: una lettura necessaria per gli amanti dei bei fumetti.
Posso accettare che le cose finiscano, ma così diventa troppo difficile.
La tua fonte vaga di fumetti!









