
Perché vedere «La Regina delle nevi»?
Introduzione
Perché guardare «La regina delle Nevi» di Lev Atamalov? Nell’ottobre del 1957, le sale cinematografiche russe accolsero l’ultima grande fatica artistica di Lev Atamalov – La Regina delle Nevi una, fiaba cinematografica che pone le sue basi per raccontare un’epopea eroica, essa non classica ma di sfida e di formazione. Il racconto è un libro aperto, tra agenti nefasti e cappotti stretti, la storia introduce elementi fantastici per accompagnare il vero fulcro del film: la formazione di due bambini che ridono in faccia alla temibile Regina. Un film che traccia nel suo inizio una fedele ispirazione all’incipit pinocchiano della Disney, che vedeva la figura narrante del Grillo Parlante come coscienza riflessiva di Pinocchio. Al posto del grillo, però, c’è Ole Lukoje – essere della cultura folcloristica danese – personaggio ideato da Hans Cristian Andersen. Lev Alamatov, prendendo pieno spunto dal romanzo per bambini La regina delle Nevi, crea la sua personalissima fiaba, guardata con gli occhi di chi conduce e conclude l’immaginario sognante portandoci dentro una fantasia che diventa realtà nella prospettiva del fanciullo.
Una breve recensione
Come è possibile rendere un film espressivo anche se le espressioni dei personaggi risultano plastici? Qui entra in gioco la sceneggiatura e il linguaggio teatrale. Lo possiamo riscontrare soprattutto sui volti personaggi, la cui espressione non trae forza direttamente dall’animazione o dal linguaggio cinematografico, ma maggiormente grazie al linguaggio teatrale. La sceneggiatura del film basa la sua forma su una comunicazione prettamente drammatica, talvolta comica, essa espressa più umanamente grazie alle gestualità, comportamenti e movenze teatrali. La macchina da presa è lenta, poco presente, una regia che lascia spazio alla dimensione teatrale e alla comunicazione quasi tragicomica di Gerta. Il racconto narra di due fratelli, essi separati dal maleficio della regina delle nevi che pone il racconto in un percorso educativo in rapporto allo sbeffeggiamento della medesima figura. La pedagogia non è altro che la disciplina relativi ai problemi comportamentali, in quanto suscettibile dal punto di vista teoretico, psicologico e didattico. Esaminando la definizione, il problema comportamentale sorge quando uno dei due bambini, nello specifico (kay) inizia a deridere La Regina delle Nevi – un atto che depone il racconto a divulgarsi tramite un percorso; traendo le proprie basi sui canoni del viaggio dell’eroe.
A primo impatto il film potrà risultare un’epopea onirica con elementi fantastici, anche se in parte questi elementi sono presenti, il racconto si incentra sull’educazione e sulla formazione dei due fratelli – una seduta psicologica che serve come una sorta di emancipazione in rapporto alla figura della Regina delle Nevi. È interessante riflettere sulle parole della regina, (linguaggio che costruirà tutta la sua comportazione e personalità) rivolte a kay: La perfezione è la bellezza assoluta, no amore, no gioia, no colori, no profumo; un concetto che rimanda a quella vecchia ideologia di cui gli animatori degli anni ’30 sovietici ne erano purtroppo reduci, e di cui l’autore ne è idealmente figlio, ispirandosi a sua volta a essa: Obbedisci, non respirare non sprecare, non sporcare, non gridare, non muoverti… Dei precetti che segnarono quasi completamente la poetica dell’autore, poggiando la sua concezione di racconto su di essi. Un film freddo, non solo per le fitte bufere di neve, ma soprattutto per il contrasto tra emozioni benevoli ed emozioni malevoli, umanizzazione/deumanizzazione, amore/egoismo. Un film che è un ritratto del passato, sia nel concetto che nel linguaggio.
La tua fonte vaga di fumetti!












