
Raccontando un capolavoro – Biancaneve
La forma in un’opera è l’essenza idealistica e immaginifica dell’autore, un grumo di pensieri che attendono di essere scoperti e comunicati. Biancaneve è con molta probabilità una delle più alte essenze autoriali che la Settima Arte abbia mai avuto, e ciò era dato dal connubio di più menti che lavorarono alla produzione della pellicola. Un film che in ogni tratto segna un paragrafo di forme, definisce un movimento che diventa animazione dal momento in cui la creatività dell’animatore incontra il foglio d’acetato, dando vita a un immaginario che sarà vita pulsante del suo operato.
In Biancaneve l’ideale diventa realtà e concretezza con il solo segno acquarellato; il cielo dipinto simboleggia l’immensità espressiva del colore e la struttura del castello darà compostezza a un incipit che creerà forma e sicurezza esprimendo un immediato Solid Drawing sulla regina. Un film che spreme e sviscera il concetto di bellezza del Narciso, portando la regina a una ricerca di una bellezza esteriore ossessa e colma di egocentrismo.
La ricerca della forma avviene soprattutto in ambito tecnico, tra cui l’animazione, ma anche nella poetica regia di David Hand e di come, assieme a Wilfred Jackson e William Cottrell, riuscivano gestire i piani in cui ponevano i personaggi. Un altro punto di forza in Biancaneve è l’attorialità dei personaggi, essa molto umana e veritiera, soprattutto per l’uso dell’animazione in rotoscopio. Questa tecnica consiste nel ricalcare immagini girate dal vero creando in successione delle sequenze animate, come, appunto, nel caso di Biancaneve; in cui gli animatori riprendevano i movimenti e le fattezze fisiche degli attori per poi animarli frame dopo frame.
Questa dominanza di una tecnica così prettamente artigianale conferiva nella direzione attoriale e nella gestione generale dei personaggi una vitalità che solo il segno indelebile dell’imperfezione umana è in grado di esprimere. L’espressività nella fisionomia del personaggio riusciva a rendere amabile l’eleganza della regia dando forma e umanità a un disegno che prende vita con il solo linguaggio della luce, consacrando una dialettica cinematografica ineccepibile. Biancaneve non è solo estetismo etereo e coerente a livello narratologico, ma riesce a costruire una psicologia che macchia una figura bianca – in questo caso la stessa Biancaneve, sporcandola di una realtà avversa e di un perfezionismo che è deleterio per essa.
Il concetto greco di bellezza e amore verso se stessi tipico del Narciso (citato poche righe sopra) è simbolo inimico che sporca una realtà osservata e vissuta dallo sguardo empatico e ingenuo della stessa Biancaneve. Il cartone non ha bisogno di eccessiva esagerazione, è forse l’unica regola meno evidente di tutto il film, questo perché una delle sue appendici di forza è di mostrare l’animazione come radice vitalizzante, il cui suo busto decreta una ramificazione semplice e quotidiana di una storia che è maggiormente basata sul trasporre una plausibilità nell’impossibilità. Non è un caso se l’unica cosa fuori posto e impossibile è l’invidia e più generalmente un sentimento ostile in un mondo basato su una struttura e forma fiabesca, in cui l’innocenza e la purezza d’animo ed estetica alimentano il racconto.
Non è una raffigurazione della fiaba alla Ghibli e alla Miyazaki, in cui la rude violenza sfigura e logora il racconto favolistico che crea un dualismo tra sogno e realtà con il fine di portare la narrazione a una riflessione umanistica, sociale e di critica, ma è più improntato sul trasporre in modo fanciullesco, ingenuo e colorato una figura femminile amante della natura, dalle attitudini semplici, amante del gentil approccio, capace di richiamare una sensazione di pace esteriore che si addentra dentro al cuore dello spettatore – un’apparenza che richiama un sentimento romantico, ma allo stesso fittizio se si prende in considerazione la rappresentazione della figura femminile.
Una riflessione importante ce la pone la natura dal momento in cui il cacciatore approccia Biancaneve, tale metodo smuove una critica sul suo modo di osservare e di come la medesima figura percepisce e interpreta la realtà. Sappiamo tutti la scena del bosco che prende vita, giusto? È una scena più psicologica di quanto si immagini, perché a causare quella stupenda sequenza animata su sfondi impressionisti che richiama fortemente l’horror psicologico, è stata resa plausibile principalmente grazie a due fattori: la figura fisicamente brutta del cacciatore (e il comportamento avverso del medesimo personaggio) e l’intento della regina nell’uccidere Biancaneve.
La paura in Biancaneve nasce principalmente a causa di elementi avversi e negativi all’ideale di bellezza che è canone principale del film – quello stesso canone che avrebbe poi settato le fondamenta per i classici successivi: bel principe e bella principessa, per intenderci.
Quindi, perché è un capolavoro? Ovviamente, la prima cosa a cui una persona può pensare è il fatto che stia a capo di un lavoro, giusto? Infatti è corretto, Biancaneve è il capolavoro della Disney, quello che ha settato più codici e regole ed è stato il primo classico Disney, il primo film in cel animation, il primo lungometraggio d’animazione con audio sincronizzato e il primo a colori di questa categoria.
Un colosso anche in ambito tecnico, rivoluzionario nella gestione organizzativa: Disney riuscì ad unire più menti diverse, sconnesse e talune volte poco collaborative tra loro, e compattò un’opera che è definibile poesia in movimento e inchiostro indelebile nella storia del cinema e dell’Arte in generale. Questa riuscita fu possibile grazie alla garanzia, sicurezza, fiducia e buona volontà da parte di Walt nel credere al progetto. Una produzione durata 3 anni, dal 1934 al 1937 ma piena di fatica, speranza, quasi arrese ma soprattutto amore e credo e passione per il cinema e l’animazione.
Animazione come sensazione, animazione come forma, animazione come ANIMAZIONE. Grazie per aver letto fin qui.
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