
Rurouni Kenshin di Nobuhiro Watsuki
Introduzione
Rurouni Kenshin, shōnen scritto e illustrato da Nobuhiro Watsuki, è una delle opere più iconiche del manga giapponese moderno. Pubblicato per la prima volta su Weekly Shōnen Jump tra il 1994 e il 1999, il manga ha dato origine ad adattamenti anime e live-action, consolidando la sua fama e conquistando fan di diverse generazioni.
La mia è stata una lettura dettata dalla nostalgia, come accadde per L’Uomo Tigre e Ken il Guerriero. Rurouni Kenshin non solo fu una delle prime serie giapponesi di cui sentii parlare da ragazzo, ma ispirò autori di fama mondiale come Masashi Kishimoto, creatore di Naruto, ed Eiichiro Oda, autore di One Piece. Proprio Oda che, all’età di soli diciannove anni, lavorò come assistente di Nobuhiro Watsuki e contribuì alla creazione di uno dei personaggi apparsi nella saga finale di Rurouni Kenshin.
Specifico, inoltre, che non c’è alcuna intenzione di glorificare Nobuhiro Watsuki come persona, soprattutto alla luce dello scandalo legato alla pedopornografia e della controversa gestione delle accuse che lo hanno coinvolto. Il mio approccio è puramente da appassionato di manga che desidera rivivere emozioni e colmare lacune dovute a limiti – soprattutto economici – che da giovane non mi permisero di leggere opere come questa.


Perfect Edition di Star Comics
La recente pubblicazione della Perfect Edition di Rurouni Kenshin da parte di Star Comics, arrivata in Italia quasi dieci anni dopo l’uscita della medesima edizione in Giappone, è stata l’occasione perfetta per recuperare finalmente l’intera saga in modo degno.
L’edizione si distingue per l’attenzione ai dettagli: cover molto ben curate e rifinite, illustrazioni e pagine a colori, e le postille dell’autore presenti nelle edizioni giapponesi. Ma un aspetto che merita di essere sottolineato è la cura grafica riservata alle costine dei volumi: ogni dorso, accostato agli altri, compone l’immagine completa della katana a lama invertita del protagonista.
Le ventidue uscite della Perfect Edition, disposte una accanto all’altra, creano così un mosaico visivo di grande impatto. Una scelta editoriale che aggiunge valore estetico alla saga e che offre ai collezionisti un motivo in più per esporre l’opera nella sua interezza.
Elementi di spicco
La narrazione si concentra sulle avventure di Kenshin Himura, un tempo temuto assassino noto come Battosai. In seguito alla Restaurazione Meiji, Kenshin sceglie di rinunciare alla violenza, intraprendendo la strada del vagabondo errante, guidato da un profondo desiderio di redenzione e di proteggere gli innocenti senza mai più spargere sangue. Simbolo tangibile di questo voto è la sua celebre sakabatō, la spada a lama invertita che, per sua stessa natura, non può uccidere.
In Rurouni Kenshin ho apprezzato in modo particolare due aspetti, soprattutto considerando che si tratta di uno shōnen:
Il conflitto di Kenshin
Da un lato, emerge con forza il conflitto interiore vissuto dal protagonista Kenshin Himura, sempre in bilico tra il desiderio di incarnare un ideale di pace e protezione e il peso del suo passato da temibile assassino. Questo dualismo lo porta a oscillare costantemente tra la figura del “portatore di pace e giustizia” e quella del “demone inarrestabile”, accompagnandolo dall’inizio alla fine dell’opera.
La crescita personale di Kenshin è il risultato di numerosi incontri che scandiscono il suo cammino; ogni personaggio che entra a far parte della sua vita – da Kaoru, la protagonista femminile e suo punto di riferimento emotivo, a Sanosuke “Zanza”, fedele amico e compagno d’armi, fino al giovane Yahiko, animato dal sogno di diventare forte come il nostro eroe – contribuisce a formare quella che diventerà la sua nuova famiglia, oltre a essere essenziale nel suo percorso di redenzione e rinascita.
La storia si trasforma così in un vero e proprio inno alla possibilità di cambiamento: la ricerca di una nuova identità è possibile, se si è abbastanza forti e se si hanno persone da amare e proteggere.
La ricostruzione storica e il senso di realismo
Dall’altro lato, spicca la cura nella ricostruzione storica e nell’ambientazione, che rivestono un ruolo di primaria importanza. Viene infatti messo in risalto il delicato passaggio all’era Meiji (seconda metà dell’800 fino ai primi decenni del ‘900), un periodo di profondi cambiamenti sociali e politici, durante il quale persino i samurai furono privati del diritto di portare la spada.
L’autore offre al lettore una panoramica dettagliata su questa fase di transizione, mettendo in luce le tensioni e i sentimenti contrastanti generati dalla caduta dell’ultimo shogunato di Tokugawa Yoshinobu (Bakumatsu: gli ultimi anni del sistema feudale facente capo agli shogun).
Nel racconto prendono forma personaggi che, come Kenshin, scelgono di abbandonare un mondo dominato da guerra, corruzione e giochi di potere; altri sfruttano le proprie posizioni sociali per perseguire interessi personali, mentre alcune figure – come uno dei principali antagonisti – sentendosi tradite, giurano vendetta e puntano a rovesciare il nuovo ordine, con l’ambizione di restituire il potere ai samurai più forti.


Il manga si arricchisce così di numerosi dettagli e curiosità storiche, come i due esempi che condivido di seguito (tratti direttamente dall’opera):
- Haibutsu Kishaku: nel primo anno dell’era Meiji, il nuovo governo, nell’ottica di promuovere l’unione tra stato e religione, promulgò un’ordinanza per regolamentare gli ambiti delle dottrine shintoista e buddista, allo scopo di tenere sotto controllo l’operato delle potenti organizzazioni attinenti a quest’ultima. La popolazione lo considerò a tutti gli effetti come un provvedimento in chiave anti-buddista, dando origine a una vera e propria ondata repressiva che sfociò nella distruzione di numerosi templi, oggetti e libri sacri (tanto da parlare di “abolizione del buddismo”).
- Il caso della Maria Luz, che trasportava un carico di schiavi che subivano maltrattamenti a bordo. Il governo Meiji aprì un processo che portò alla liberazione dell’equipaggio e che valse al Giappone la reputazione di stato garante dei diritti umani. Immediatamente il Perù passò al contrattacco, affermando che anche in Giappone esisteva lo schiavismo, nella fattispecie quello delle prostitute dei quartieri a luci rosse. Il governo, messo in difficoltà, riuscì a cavarsela emanando una legge che le emancipava, anche se lo spirito di quell’ordinamento non era esattamente umanitario: “Le prostitute, pur essendo degli esseri umani, sono individui a cui è stata sottratta la libertà personale, quindi sono equiparabili al bestiame. Poiché le bestie non possono esigere dei pagamenti in denaro, queste saranno affrancate senza ricompensa alcuna“.
Uno sfondo concitato e realistico in cui si intrecciano temi come il confronto tra tradizione e modernità, la ricerca della giustizia e la lotta personale per la redenzione.
È importante sottolineare come il senso di realismo resti saldo anche nelle sequenze di combattimento e nell’evoluzione delle abilità dei personaggi (non dimentichiamo che Rurouni Kenshin è, a tutti gli effetti, un manga d’azione).
Sebbene non manchino le tipiche esagerazioni proprie dello shōnen, l’autore si impegna costantemente a mantenere uno stile credibile e coerente, evitando di sconfinare nell’inverosimile. Questo equilibrio contribuisce a rendere le scene d’azione coinvolgenti, ma al tempo stesso ancorate a una certa plausibilità, prevenendo che i cosiddetti “power-up” appaiano forzati o fuori contesto.
Conclusioni e omaggi al villain
In definitiva, ritengo che Rurouni Kenshin sia un buon prodotto, capace di risvegliare in me un autentico senso di nostalgia. Pur non trattandosi di quel manga destinato a rivoluzionare la vita del lettore, rimane comunque una serie di qualità, degna di trovare spazio in qualsiasi libreria.
La sua lettura si è rivelata coinvolgente e appagante, e bisogna ricordare che si tratta di uno degli shōnen più amati in Giappone, come dimostrano i numerosi tributi dei mangaka in occasione del 30° anniversario dell’opera (QUI per recuperare i singoli tributi dalla pagina IG di rurounikenshln).
Non posso però esimermi dal menzionare in questo articolo Makoto Shishio, indubbiamente il villain più iconico di Rurouni Kenshin.
Pur non essendo il nemico finale dell’ultima saga, Shishio è riuscito a imporsi nell’immaginario collettivo come il vero “cattivo” nella serie, diventando uno dei villain più celebri e riconoscibili dell’intero panorama shōnen.
Il merito va sia alla scrittura che lo rende un personaggio affascinante e sfaccettato, sia a un design assolutamente memorabile: il suo corpo, avvolto completamente da bende a causa delle gravissime ustioni subite, lo rende immediatamente riconoscibile. Il suo passato tormentato e la sua incrollabile determinazione contribuiscono a costruire una figura carismatica e inquietante, la cui presenza lascia un’impronta indelebile nella narrazione.
Vagamente contento di questo recupero vago, tanto da averlo inserito nei nostri migliori recuperi del 2025!
Per altre foto tratte dal manga, vi indirizziamo al nostro post di Instagram!
La tua fonte vaga di fumetti!







