
Seth – Tributo vago tra memoria e nostalgia
Tributo vago – Introduzione
Gregory “Seth” Gallant sarà per la prima volta in Italia in occasione di Lucca Comics & Games 2026. Ospite del festival grazie a Coconino Press, il fumettista canadese presenterà la nuova edizione italiana di It’s a Good Life, If You Don’t Weaken, pubblicata nel nostro paese con il titolo La vita non è male, malgrado tutto.
In occasione del suo compleanno (oggi, 16 settembre), inauguriamo una serie di tre articoli dedicati alle graphic novel pubblicate da Coconino, per accompagnarci verso questo storico appuntamento. Il tributo vago comincia dalla sua prima opera lunga, nella quale emergono già molti dei temi che attraversano la sua produzione: lo scorrere del tempo, l’attrazione per il passato e il desiderio di sottrarre all’oblio persone, oggetti e storie dimenticate.
It’s a Good Life, If You Don’t Weaken
Nel 1991 Seth diede vita a Palookaville, la sua serie personale, diventata nel tempo il principale contenitore delle sue storie. Tra il 1993 e il 1996, nei numeri dal 4 al 9, vi pubblicò a puntate, It’s a Good Life, If You Don’t Weaken, poi raccolto in volume unico da Drawn & Quarterly. Con quest’opera Seth trovò una forma narrativa pienamente adatta alla propria sensibilità. Autobiografia, finzione e riflessione sul cartooning confluiscono in un racconto intimo, costruito attraverso dialoghi, ricordi, lunghi monologhi, passeggiate e sequenze silenziose. La ricerca di un fumettista dimenticato diventa il punto di partenza per interrogarsi sulla memoria, sul legame con il passato e sull’influenza che il fumetto ha avuto nella vita dell’autore.
La traduzione del titolo
Prima di addentrarci nella recensione vera e propria, vogliamo soffermarci sulla traduzione del titolo. It’s a Good Life, If You Don’t Weaken riprende una frase che Seth sentiva pronunciare spesso dalla madre. Potrebbe essere resa più fedelmente come “È una bella vita, se non ti lasci abbattere” o “La vita è bella, se non cedi”. Si tratta di una formula proverbiale diffusa in Nord America, utilizzata sia come incoraggiamento sia in senso ironico. Il suo significato è racchiuso soprattutto in quell’if: la vita può essere buona, a condizione di resistere e non lasciarsi sopraffare.
La vita non è male, malgrado tutto esprime invece una prospettiva diversa. La condizione introdotta da if viene sostituita da una concessione: nonostante le difficoltà, la vita rimane accettabile. Il titolo italiano è quindi più consolatorio e attenua la precarietà espressa dall’originale. La stessa instabilità che caratterizza il protagonista, diviso tra il desiderio di trovare qualcosa di buono nell’esistenza e la tendenza a rifugiarsi nel passato. Da qui, la mia vaga preferenza per il titolo originale, meno rassicurante e positivo rispetto alla versione italiana.
Kalo e l’autobiografia
La graphic novel si presenta inizialmente come un racconto autobiografico. Il protagonista porta il nome dell’autore e ne condivide l’aspetto, il mestiere e gli interessi. Sfogliando alcuni vecchi numeri del New Yorker, Seth si imbatte in una vignetta firmata “Kalo”. A colpirlo sono la composizione e un tratto che avverte stranamente vicino al proprio. Decide così di scoprire chi si nasconde dietro quella firma.
La ricerca, cominciata quasi per caso, diventa presto un’ossessione. Seth consulta decine di riviste e raccolte antologiche, meravigliandosi di non trovare alcuna traccia di Kalo nelle enciclopedie dedicate ai cartoonist. Riesce a recuperare altri lavori attribuiti allo stesso autore, fra cui una vignetta pubblicata nell’autunno del 1948 e un disegno apparso nel maggio 1937 sulla rivista Modern Mechanix. Ogni ritrovamento sembra avvicinarlo alla verità, ma al contempo rafforza in lui la sensazione che non riuscirà mai a ricostruire integralmente la figura di Kalo.
Il libro gioca deliberatamente con la fiducia del lettore. Kalo non è un autentico cartoonist dimenticato, ma una creazione di Seth. L’autore ha realizzato false vignette e documenti per rendere credibile la sua esistenza. L’esperimento risultò tanto convincente da suscitare un dibattito tra storici e archivisti, alcuni dei quali si interrogarono realmente sull’identità dell’autore. Non a caso, Drawn & Quarterly presenta il volume come un sofisticato esperimento sul memoir e ricorda le discussioni generate dall’inganno narrativo di Seth.
Definire il libro una “falsa autobiografia”, tuttavia, sarebbe riduttivo. L’invenzione riguarda Kalo e la relativa indagine, non le inquietudini messe in scena. Attraverso questa figura immaginaria, Seth dà voce a inquietidini reali, come il bisogno di ricostruire il passato e la tendenza a cercare in un’epoca perduta ciò che non riusciamo a trovare nel presente. Ma non solo: la sua indagine richiama anche l’importanza di conservare e documentare ciò che rischia di scomparire. Perché persone, luoghi e oggetti possono essere dimenticati con estrema facilità.
La nostalgia e l’alter ego di Seth
La ricerca di Kalo si intreccia continuamente con la vita personale del protagonista e con il suo modo di affrontarla. Seth descrive la depressione come il proprio stato mentale più naturale e si interroga sulla difficoltà, forse universale, di essere felici. Nel farlo, non nasconde i difetti del proprio alter ego, che definisce arrogante, incapace di ascoltare e di amare davvero qualcuno. Se incontrasse sé stesso, non si sopporterebbe.
Non si tratta però di una confessione plateale, ma di un continuo esercizio di autoanalisi. Passo dopo passo, viaggio dopo viaggio, la ricerca di Kalo diventa un modo per osservare sé stesso, per comprendere il proprio malessere e la propria difficoltà a entrare in relazione con il mondo esterno. Le persone gli appaiono aggressive e sempre pronte allo scontro, mentre la realtà, a differenza delle vignette umoristiche, non offre risposte perfette al momento giusto: le battute arrivano in ritardo, i conflitti rimangono irrisolti e nessuna frase è in grado di rimettere ordine nel mondo. L’indagine su Kalo gli consente quindi di sottrarsi al presente, ma finisce inevitabilmente per ricondurlo a sé stesso.
Il protagonista vorrebbe credere che la vita fosse migliore negli anni Venti e Trenta. Frequenta negozi di antiquariato, colleziona vecchie riviste e osserva con insofferenza la trasformazione delle città. Ciò che appartiene al passato gli appare più solido e autentico; il presente, al contrario, sembra diventare ogni anno più scadente. Eppure, Seth è consapevole di idealizzare quelle epoche e ammette che non ne sopporterebbe davvero le condizioni sociali.
La sua nostalgia non nasce dall’ingenua illusione di poter tornare indietro, dalla consapevolezza che il passato è irrecuperabile e che persino le tracce che ha lasciato sono frammentarie. Le riviste acquistate nei mercatini, le insegne scolorite e gli edifici sopravvissuti diventano oggetti sui quali proiettare un desiderio di ordine e continuità. Seth, in realtà, rimpiange la possibilità di sentirsi pienamente parte di un tempo, di un luogo o di una comunità.
In questo senso, il vero oggetto della ricerca non è Kalo, ma ciò che rappresenta: la speranza di trovare nel passato una risposta all’insoddisfazione del presente. Una singola vignetta, trovata per caso, finisce per alimentare il desiderio impossibile di recuperare un’intera epoca e sottrarla all’oblio.
L’influenza di Charles M. Schulz
Tra i numerosi fumettisti citati nel libro, Charles M. Schulz occupa un posto speciale. Seth ha indicato più volte Peanuts come uno dei suoi primi riferimenti e come un’influenza decisiva per la propria formazione. In un’intervista a The Comics Journal, ha spiegato come Schulz sia riuscito, attraverso personaggi semplici e brevi sequenze narrative, a cogliere qualcosa di profondo della condizione umana.
Il richiamo più esplicito compare quando Seth ricorda una striscia che ha contribuito a definire il suo atteggiamento verso la vita. Parlando con Charlie Brown, Linus sostiene che il modo migliore per risolvere i problemi sia evitarli, perché nessun problema è tanto grande o complicato da non poterne fuggire. Seth riconosce in questa battuta la propria filosofia personale: l’avoidism. La striscia di Schulz gli ha fornito le parole per riconoscere e descrivere un comportamento già radicato in lui, mostrando come il fumetto possa diventare anche uno strumento di comprensione personale.
Da Schulz, Seth riprende la capacità di racchiudere un’intera condizione esistenziale in gesti, dialoghi e situazioni apparentemente minime. Non è quindi casuale che proprio Peanuts trovi spazio in un libro così attento al rapporto tra vita e cartooning. It’s a Good Life, If You Don’t Weaken è, infatti, anche un omaggio alla tradizione del fumetto e agli autori che hanno contribuito a formare lo sguardo di Seth.
Un archivio reale e immaginario
Alla fine del volume compare un glossario dedicato ai cartoonist, ai personaggi e alle pubblicazioni citati nel racconto. Vi trovano posto autori come Peter Arno, Helen Hokinson, Charles Addams, William Steig, Syd Hoff, H. T. Webster, Doug Wright e Charles M. Schulz. Accanto alle figure più note della storia del fumetto compaiono artisti oggi ricordati da un pubblico molto più ristretto.
Queste pagine confermano la doppia natura dell’opera. Da una parte, il racconto personale di un uomo che cerca di comprendere la propria insoddisfazione; dall’altra, un archivio affettivo della storia del fumetto. Non si tratta, infatti, di un catalogo neutrale: Seth annota preferenze e giudizi, filtrando il tutto attraverso la propria esperienza di lettore.
Inserita tra autori e pubblicazioni reali, la figura di Kalo acquista maggiore credibilità. La sua presenza non è solo un inganno ai danni del lettore, ma suggerisce una riflessione più ampia sull’importanza di documentare e archiviare: ciò che viene registrato e tramandato continua ad esistere, mentre ciò che ne resta fuori rischia di scomparire.
Questa vocazione accompagna l’intera carriera di Seth. Oltre a realizzare i propri fumetti, l’autore ha curato il design dell’edizione completa dei Peanuts pubblicata da Fantagraphics e ha lavorato alla riscoperta editoriale di autori come John Stanley e Doug Wright. Il suo rapporto con la tradizione non si esaurisce quindi nella nostalgia, ma si traduce in un concreto lavoro di conservazione e valorizzazione.
Considerazioni finali
Alla fine della ricerca (attenzione: spoiler), Seth scopre che Kalo è molto diverso dall’artista che aveva immaginato. Il fumetto non è stato il centro della sua esistenza, ma soltanto una delle strade percorse prima di dedicarsi ad altro. È Seth ad aver attribuito a quelle poche vignette un significato più grande, nella speranza di ritrovare attraverso di esse un mondo più autentico e una vita più significativa della propria.
La delusione non rende però inutile il viaggio. Al contrario, gli mostra quanto sia facile cercare nel passato ciò che manca nel presente. La nostalgia può offrire un rifugio, ma non può restituire ciò che è andato perduto né colmare la sua insoddisfazione.
Anche per questo La vita non è male, malgrado tutto è difficile da racchiudere in una definizione. È insieme autobiografia, finzione, ricerca artistica e riflessione sul tempo, senza che uno di questi aspetti prevalga davvero sugli altri. Con la sua prima opera lunga, Seth aveva già trovato una voce personale e un modo tutto suo di raccontare la memoria, il rapporto con i luoghi e la difficoltà di sentirsi parte del mondo.
A trent’anni dalla pubblicazione in volume, il libro rimane intimo, malinconico e sincero, oltre che un acquisto particolarmente consigliato in vista della presenza di Seth a Lucca Comics & Games. Una graphic novel che non offre facili consolazioni e non promette che le cose andranno meglio. Lascia piuttosto una verità semplice, già racchiusa nel titolo originale: la vita può essere buona, a condizione di resistere e non lasciarsi abbattere.
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L’articolo verrà aggiornato nel corso dele prossime settimane.
Clyde Fans
Dopo La vita non è male, malgrado tutto, il nostro percorso vago dedicato a Seth prosegue con Clyde Fans, l’opera vagamente più ambiziosa della sua carriera.
La storia trae ispirazione da una vecchia attività commerciale di Toronto che portava realmente il nome di Clyde Fans. Seth rimase affascinato dalla vetrina e dai ritratti esposti all’interno. Da quella presenza reale, da pochi elementi, nacque la storia immaginaria dei fratelli Abraham e Simon Matchcard, i protagonisti della graphic novel.
Pubblicata a puntate su Palookaville nell’arco di circa vent’anni e articolata in cinque parti, Clyde Fans segue i due fratelli nel tentativo di salvare dal fallimento l’azienda familiare di ventilatori elettrici. La crisi dell’impresa coincide con un cambiamento inevitabile: il mercato si sta orientando verso l’aria condizionata e il prodotto sul quale la famiglia ha costruito la propria attività appartiene ormai a un mondo destinato a scomparire.
La serializzazione di Clyde Fans si concluse nel 2017 e l’edizione integrale fu pubblicata da Drawn & Quarterly nel 2019. Nello stesso anno, Coconino Press portò in Italia l’opera completa in un volume di 488 pagine.
Il fallimento della ditta di ventilatori è soltanto il punto di partenza. Attraverso la storia dei Matchcard, Seth racconta la difficoltà di adattarsi al cambiamento, il peso delle responsabilità familiari, l’isolamento e l’impossibilità di recuperare il tempo perduto. Se in La vita non è male, malgrado tutto il passato veniva cercato tra vecchie riviste e fumetti dimenticati, in Clyde Fans è racchiuso nelle stanze di un’azienda ormai chiusa, negli oggetti rimasti sugli scaffali e nei ricordi di due fratelli.
L’azienda e il fallimento
La Clyde Fans appartiene a un modello commerciale ormai obsoleto. Il suo catalogo comprende ventilatori da tavolo, da pavimento e a soffitto, oltre ad apparecchi destinati agli ambienti industriali. Alla varietà dell’offerta corrisponde però una domanda sempre più ridotta: il mercato si sta orientando verso l’aria condizionata, i clienti diminuiscono e fornitori e componenti iniziano a scomparire.
Il declino economico e l’incapacità di adattarsi al cambiamento tecnologico rivelano però una crisi più profonda. Abe e Simon condividono la stessa eredità familiare, ma non riescono ad affrontarla insieme e reagiscono al cambiamento (e alla vita) in modi opposti.
Abe si aggrappa agli affari e al senso di responsabilità, mentre Simon si chiude sempre più in sé stesso, allontanandosi dal mondo esterno. Il futuro della Clyde Fans viene così compromesso non soltanto dall’evoluzione del mercato, ma anche dall’incapacità dei fratelli di comunicare e di affrontare insieme la gestione e la fine dell’impresa.
Abe, Simon e l’assenza del padre
Abe si considera un uomo d’azione. È loquace e convinto che il lavoro richieda sicurezza, disciplina e senso di responsabilità. Anche da anziano continua a ripetere le regole del venditore, muovendosi nelle stanze vuote dell’azienda, come se quelle formule potessero ancora dare ordine alla sua vita. La sua sicurezza, tuttavia, è, almeno in parte, una costruzione. Gli affari e le responsabilità familiari gli permettono di evitare un confronto più diretto con il fallimento dell’impresa e con il rapporto ormai compromesso con Simon. Abe accusa il fratello di debolezza e passività, ma il suo bisogno di spiegarsi e giustificarsi continuamente rivela quanto anche lui dipenda dal ruolo che si è costruito.
Simon sembra il suo opposto. È riservato, fragile e incapace di adeguarsi alle aspettative del mondo esterno. Non si sente adatto alla vendita e fatica ad affrontare anche le situazioni più comuni. In lui ritorna quella forma di evitamento già affrontata in La vita non è male, malgrado tutto, ma portata alle conseguenze più estreme. Simon non considera la casa una gabbia, bensì un guscio: una struttura concreta creata per proteggere la propria interiorità. Dentro quelle mura riconosce l’unica realtà che riesce ad abitare; al di fuori, tutto gli appare inconsistente e minaccioso.
Abe e Simon non rappresentano però soltanto l’estroverso e l’introverso. Entrambi cercano un rifugio dal fallimento (lavorativo e umano) e dal cambiamento. Abe lo trova nel mestiere del venditore e nel mito della responsabilità; Simon nella casa, nelle collezioni e nella rinuncia al confronto. Il primo tenta di dominare la realtà attraverso le parole, il secondo cerca di sottrarsi a essa. Seguono direzioni opposte, ma nessuno dei due riesce a costruire un rapporto stabile con il presente né a ricomporre il legame con l’altro.
Nonostante le differenze, Abe e Simon condividono la stessa ferita: l’abbandono del padre. Clyde abbandona la moglie e i due figli quando sono ancora giovani, lasciando loro un’impresa da mandare avanti e un’assenza con cui dovranno convivere per tutta la vita e che nessuno riuscirà davvero a elaborare.
Seth riflette questa mancanza anche nella rappresentazione del personaggio. Il volto del padre non viene mai mostrato chiaramente: Clyde compare di spalle o appena di profilo, nei ricordi ne affiorano soltanto dettagli incerti e nelle fotografie il suo viso viene letteralmente strappato via. La figura paterna rimane così incompleta, ridotta a un vuoto attorno al quale la famiglia continua a organizzare la propria esistenza.
Abe e Simon ereditano dal padre non soltanto l’azienda, ma anche un’identità familiare compromessa. Clyde scompare come persona, mentre il suo nome rimane sull’insegna e sulla società che i figli cercano inutilmente di salvare. La sua assenza finisce così per dominare il libro quanto la presenza dei due fratelli. Dietro il fallimento della Clyde Fans si nasconde anche il loro tentativo, destinato a non riuscire, di conservare ciò che il padre ha lasciato prima di andarsene.


Il tempo non torna indietro
Attraverso Simon, Seth torna a riflettere sullo scorrere inesorabile del tempo. È possibile rallentarne il corso, ma non arrestarlo: ogni persona viene progressivamente consumata, resa sempre più piccola, fino a scomparire. Chiudersi nel proprio rifugio permette a Simon di opporre una temporanea resistenza a questo processo. Il personaggio sogna di fissare il tempo in un momento di felicità, pur sapendo che nessun luogo, oggetto o ricordo può essere preservato per sempre.
Quando una persona se ne va o muore, ciò che rimane è inevitabilmente parziale. Una stanza, una fotografia e pochi oggetti, che possono rivelare frammenti di un’esistenza, ma non bastano a ricostruirla nella sua interezza. Anche i ricordi sono fragili: cambiano nel tempo e perdono dettagli. Ciò che resta di qualcuno è quindi una presenza incompleta, composta da tracce alle quali cerchiamo di attribuire un ordine e un significato.
È proprio la consapevolezza di questa continua perdita a spingere Simon verso il ritiro. Se nulla può essere trattenuto per sempre e ogni tentativo di opporsi al tempo è destinato a fallire, allora la vita, secondo lui, non deve necessariamente essere sfidata, affrontata o conquistata. È possibile anche arretrare con dignità. Simon cerca così di trasformare la propria incapacità di agire in una scelta consapevole, trovando nell’isolamento una difesa contro ciò che non riesce a controllare.
Ritorna quindi l’avoidism già incontrato in La vita non è male, malgrado tutto, ma condotto verso conseguenze più radicali. Non si tratta più soltanto di evitare i problemi, bensì di sottrarsi progressivamente alla vita, cercando riparo prima che il tempo (e tutto ciò che ne consegue) possa travolgerlo.
Conclusioni
Clyde Fans non è una lettura immediata e non cerca di esserlo. Richiede tempo e attenzione, proprio come il lungo lavoro che Seth ha dedicato alla sua realizzazione. La narrazione procede lentamente, soffermandosi su gesti, conversazioni e dettagli che acquistano importanza pagina dopo pagina. È un ritmo impegnativo, ma coerente con la storia e con il modo in cui l’autore sceglie di raccontarla.
Seth porta a termine un’opera di quasi cinquecento pagine senza ricorrere a svolte forzate o a momenti costruiti per impressionare il lettore. La solidità di Clyde Fans sta nella cura con cui ogni parte contribuisce al quadro complessivo e nella capacità di mantenere vivo il racconto anche nei suoi passaggi più lenti e riflessivi. Abe e Simon vengono approfonditi senza essere ridotti a definizioni semplici e stereotipate. Seth li racconta senza giudicarli e senza cercare di spiegare ogni loro comportamento, lasciando al lettore il tempo e lo spazio per conoscerli ed empatizzare con loro.
Il valore del libro è stato riconosciuto anche a livello internazionale. Nel 2020 Clyde Fans ha ricevuto il Prix Spécial du Jury al Festival di Angoulême ed è diventata la prima graphic novel inclusa nella longlist del Giller Prize.
Dopo circa vent’anni di lavoro, Seth è riuscito a portare a termine un progetto ampio e complesso, senza perderne l’unità. Clyde Fans è uno dei risultati più importanti della sua carriera: un libro esigente, scritto e disegnato con grande cura e lucidità narrativa, che conferma la sua capacità di costruire racconti profondi partendo da persone, luoghi e vicende apparentemente comuni. Una graphic novel che conferma la straordinaria profondità narrativa che il fumetto può vagamente raggiungere.
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