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Squame – L’esordio editoriale di Eugenia Erba per Eris Edizioni

Recensione vaga

A seguito della vittoria della Borsa di Studio Tuono Pettinato, indetta dalla Fondazione Tuono Pettinato in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Bologna ed Eris Edizioni, Eugenia Erba ha firmato il suo esordio con Squame, presentato in occasione dell’ultima edizione del Napoli Comicon.

Per la redazione di Fumetto Vago, Eugenia Erba è un’autrice tutt’altro che sconosciuta. Negli anni abbiamo avuto modo di incontrarla in numerosi eventi dedicati al fumetto indipendente e all’autoproduzione, dove ha partecipato insieme al collettivo C.RUDE, realtà che seguiamo e apprezziamo da tempo. Questa, però, è stata la prima occasione per leggere un suo lavoro sotto una lente più propriamente editoriale: non più attraverso zine o racconti brevi pubblicati nelle antologie del collettivo, ma attraverso un’opera unica, ampia e strutturata.

La prima cosa che colpisce di Squame è sicuramente il formato – decisamente più grande rispetto a quello a cui siamo generalmente abituati nel fumetto italiano – che dà grandissimo respiro alle tavole di Eugenia, così ricche di elementi. A catturare immediatamente lo sguardo è poi la copertina, ricca di colori e di grande impatto visivo, che mette subito in evidenza quello che, a mio avviso, rappresenta uno dei principali punti di forza dell’autrice: la sua straordinaria sensibilità nell’illustrazione e nell’uso del colore. È proprio questo l’aspetto che mi aveva fatto apprezzare Eugenia Erba ancora prima dell’uscita di Squame.

Aprendo il volume, però, arriva la prima sorpresa: il fumetto è interamente in bianco e nero. In realtà non si tratta di una novità assoluta per chi già conosceva i suoi lavori nelle zine e nelle antologie di C.RUDE, ma resta comunque una scelta significativa. Se infatti il colore continua a essere uno degli elementi più riconoscibili della sua produzione illustrativa, in Squame Eugenia dimostra di sapersi esprimere con la stessa forza anche attraverso un bianco e nero estremamente netto e deciso. Le grandi campiture nere dominano molte tavole, creando un forte contrasto con i personaggi e guidando continuamente lo sguardo del lettore. È un bianco e nero essenziale, privo di sfumature.

Per quanto riguarda la storia, spesso – anche se non sempre – le opere d’esordio tendono a raccontare vicende autobiografiche o fortemente ispirate all’esperienza personale dell’autor*. Nel caso di Eugenia Erba, invece, ci troviamo davanti a qualcosa di diverso. Squame sembra certamente attingere a emozioni, sensazioni e vissuti che appartengono all’autrice, ma costruisce una storia completamente nuova, popolata da personaggi originali e ambientata in un contesto che richiama vagamente gli Stati Uniti.

I protagonisti sono Amanda, Tati, Rami, Leo e Victoria, e il legame che li unisce è quello di una vera famiglia. Al centro del racconto troviamo Amanda, una ragazza che sembra fare enorme fatica a rincorrere i propri desideri e i propri sogni. È incastrata tra una relazione sentimentale ormai conclusa, di cui fatica ancora a ridefinire i confini, e il lavoro come tuttofare insieme alla zia, svolto più per necessità che per autentica vocazione.

È una condizione che, in qualche modo, accomuna molte persone che cercano di vivere della propria arte. Personalmente ci ho visto anche un parallelismo con il mondo del fumetto: il desiderio di trasformare la propria passione in un lavoro e, allo stesso tempo, la necessità di confrontarsi con una realtà che spesso costringe a percorrere strade diverse da quelle che si vorrebbero davvero intraprendere.

Non entreremo nei dettagli della trama per evitare spoiler. Squame è un racconto che parla di relazioni, di amicizia, di spettacoli drag e dell’importanza di poter contare sulle persone che abbiamo accanto, anche quando chiedere aiuto diventa estremamente difficile.

A mio avviso, però, il punto di forza dell’opera non risiede tanto nella storia in sé, quanto nei suoi personaggi e nel modo in cui vengono raccontati i rapporti che li legano. Le loro relazioni risultano estremamente familiari, autentiche e vicine all’esperienza di chi legge. Sono amicizie che possono deludere, mettere alla prova, creare distanza, ma che allo stesso tempo sanno essere profonde, intense e persino commoventi. Ho avuto la sensazione che solo chi attribuisce un’importanza così forte ai rapporti umani possa raccontarli con una sensibilità di questo tipo.

Ma Squame è soprattutto il racconto di Amanda, una ragazza spaesata, che si trova ad affrontare difficoltà sul piano affettivo, lavorativo e personale: una crisi d’identità, del presente e del futuro. È una protagonista capace e determinata, ma anche estremamente testarda, che sembra rimanere continuamente intrappolata nelle proprie difficoltà. Un’immagine che trova forse la sua rappresentazione simbolica più efficace nella sequenza onirica in cui Amanda si ritrova avvolta da decine di serpenti.

Con questo libro, l’obiettivo di Eugenia Erba sembra proprio quello di accompagnare Amanda verso un punto di svolta. Non necessariamente un lieto fine, ma un momento che le permetta finalmente di rimettere in movimento la propria vita. Da questo punto di vista credo che Squame riesca pienamente nel suo intento.

In conclusione, è stata una lettura che ho apprezzato molto. Pur essendo lontana dai fumetti che leggo abitualmente, è riuscita comunque a lasciarmi qualcosa e a trasmettermi riflessioni che ho trovato sincere e significative.

Eugenia Erba è un’autrice che apprezzavo già prima di questo esordio e, proprio per questo, la curiosità nei confronti di Squame era davvero tanta. Ciò che avevo sempre ammirato del suo lavoro – il disegno, lo stile e la capacità di costruire immagini di grande impatto – trova in quest’opera un’ulteriore conferma.

Un ottimo esordio per un’autrice che, a mio avviso, ha ancora molto da raccontare. E noi non vediamo l’ora di leggere ciò che ci riserverà in futuro.

Intervista vaga a Eugenia Erba

Di Squame e del percorso che ha portato alla sua realizzazione abbiamo avuto il piacere di parlare direttamente con Eugenia Erba nell’intervista che abbiamo realizzato in occasione dell’ultimo Napoli Comicon presso lo stand di Eris Edizioni.

Segnaliamo anche che, poche settimane dopo, abbiamo avuto il piacere di presentare Squame insieme a Eugenia in occasione del PRPR Fest.

Ringraziamo Eugenia ed Eris per la disponibilità. Buona lettura!

  • Ciao Eugenia, grazie mille per averci concesso questa intervista. Intanto, prima di parlare di Squame, partiamo col raccontare un po’ il tuo background. Come hai iniziato? Quando è iniziato tutto? Da dove vieni?

Vengo da una cittadina fuori Milano che si chiama Lissone, la patria del mobile.
Per quanto riguarda gli inizi, è la classica storia: ho sempre disegnato fin da quando ero piccola. Al fumetto, però, ci sono arrivata relativamente tardi. Avevo letto qualcosa, ma mi sono davvero appassionata all’ultimo anno di superiori, proprio quando dovevo decidere cosa fare dopo.
Avevo letto qualche manga classico, poi leggevo Lupo Alberto. Negli ultimi anni del liceo avevo scoperto Pazienza e Liberatore: proprio i classici di partenza. Infatti avevo fatto la tesina sul fumetto in Italia negli anni Settanta, collegandolo un po’ a tutte le materie.
Ero arrivata al fumetto tardi e non avevo ancora sviluppato un gusto preciso, però mi era piaciuto tantissimo. Volevo entrare all’Accademia di Bologna, ma non sono stata ammessa al triennio. Così ho frequentato lo IED di Milano, dove ho studiato Illustrazione e Animazione. Nonostante gli alti e bassi, è stata un’esperienza molto positiva. Ho seguito un corso di storia del fumetto e uno di fumetto pratico con Alberto Ponticelli.
Alla fine ho deciso di realizzare la tesi sotto forma di fumetto: ottanta pagine ambientate nella Beat Generation, una sorta di thriller con questa figura di un cane-uomo che ossessiona il protagonista. Era tutto realizzato a carboncino, una tecnica che all’epoca usavo tantissimo e che oggi invece non utilizzo più. Ricordo che il mio relatore mi diceva: «Dovresti farlo a pennello e inchiostro». Io rispondevo: «No, lo farò a carboncino». Indovina un po’ chi aveva ragione…
Dopo quella tesi ho fatto nuovamente domanda all’Accademia di Belle Arti di Bologna, al corso di Linguaggi del Fumetto, e questa volta sono riuscita a entrare.l, pobabilmente anche grazie alla tesi. Lì è iniziato davvero tutto. Ho conosciuto le ragazze che sarebbero poi diventate le mie compagne del Collettivo C.RUDE. Abbiamo fondato il collettivo, iniziato a fare autoproduzione e io sono entrata in un mondo che fino a quel momento non conoscevo. Essere a Bologna, conoscere persone, vivere l’ambiente del fumetto è stato fondamentale. Magari sapevo già fare fumetti, ma non conoscevo il mondo del fumetto. Con C.RUDE abbiamo fatto tantissime cose bellissime. Poi ho realizzato la tesi, Squame, con Marino Neri come relatore. Dopo averla conclusa c’era la Borsa di studio Tuono Pettinato, al quale partecipavano praticamente tutti i laureandi, e ho pensato: «Proviamoci».

  • Parlaci un po’ della Borsa di studio Tuono Pettinato.

Possono partecipare tutt* quell* che stanno per laurearsi o si sono appena laureat*. Io avevo inviato la candidatura appena consegnata la tesi. Mentre ero all’ARF! di Roma, dove stavo facendo i colloqui del Job ARF! cercando di proporre Squame agli editori, mi arriva una telefonata: avevo vinto il Premio Tono Pettinato. È stato un momento incredibile. Ero felicissima, ma allo stesso tempo dovevo entrare a fare un colloquio. Ho pensato: «Come faccio adesso?». Però in qualche modo è andata.
L’anno successivo l’ho dedicato ad ampliare il fumetto. In origine erano circa 130 pagine, oggi sono diventate quasi 170. In realtà non ci sono stati grandi cambiamenti strutturali: ho aggiunto soprattutto scene che sentivo mancassero. Nelle tesi capita spesso di dover correre su alcune parti che, invece, meriterebbero qualche tavola in più.
Nel frattempo avevo anche preso uno spazio all’Urca Studio di Bologna, un coworking. Così le ultime tavole le ho realizzate finalmente in uno studio, con una postazione tutta mia.
Poi sono arrivati gli ultimi ritocchi, compresa la nuova copertina. È stata una delle cose su cui abbiamo discusso di più. Io avrei preferito un formato più piccolo, il classico 17×24, mentre Matilde e Sonny insistevano sul grande formato perché, secondo loro, le tavole meritavano di respirare di più. Alla fine avevano assolutamente ragione.

  • In effetti il formato grande dà molto respiro alle tavole, soprattutto a quelle più ricche.

Esatto. Alcune sono quasi delle illustrazioni, dei poster. Appena ho visto il risultato ho capito che avevano ragione loro.

  • A proposito del fumetto, una delle cose che mi ha colpito di più riguarda la protagonista. Quanto c’è di tuo e quanto invece è frutto della fantasia? Ad esempio, la fotografia è davvero una tua passione?

La fotografia mi interessa, ma più come spettatrice che come fotografa. Mi piace molto, ad esempio, la fotografia di moda.
Mi piaceva anche l’idea che non fosse la storia di una fumettista che parla di una fumettista o di una disegnatrice. Volevo darle un mondo diverso, qualcosa che le permettesse di osservare gli altri. Amanda, in fondo, è un’osservatrice. In questo momento della sua vita guarda molto quello che succede intorno a lei, e la fotografia mi sembrava coerente con il suo carattere.

  • Nel volume, alla fine, scrivi che c’è anche una parte delle C.RUDE.

Sì, ma non nel senso che i personaggi corrispondano direttamente a persone reali. Questo fumetto non nasce come una biografia. Nessun personaggio rappresenta qualcuno in modo preciso. Piuttosto è una raccolta di emozioni, ricordi e sensazioni legate agli anni trascorsi in un gruppo di amici che lavorano insieme in un ambiente creativo.
Ci sono tutti gli aspetti che possono nascere in un contesto del genere: gli attriti, le relazioni complicate, le diverse sfaccettature dei rapporti umani, il tentativo di conciliare la propria vita, gli obiettivi personali e il rapporto con gli altri. Le C.RUDE sono dentro questo fumetto perché hanno ispirato tutto quello che racconta. Ma insieme a loro ci sono anche altri amici, altre relazioni, altre esperienze.
È un libro che nasce dagli anni della fine dell’Accademia e dai due anni successivi, mentre continuavo a lavorare alla tesi. Eravamo continuamente tra festival, autoproduzioni, giornate passate a casa le une delle altre a lavorare e organizzare progetti. Era un periodo molto creativo, molto intenso, e quell’atmosfera è entrata naturalmente nel fumetto.
Per questo non lo definirei autobiografico. Io non sono Amanda. Ci sono sicuramente aspetti di me dentro di lei, ma anche aspetti di tante altre persone che ho conosciuto. Mi piaceva l’idea che ogni personaggio racchiudesse un insieme di persone, invece di rappresentarne una sola.

  • La storia, infatti, si percepisce chiaramente che non è autobiografica. Però c’è una tavola in cui Amanda è di profilo e, guardandola, mi ha ricordato tantissimo te.

Posso capirlo. In effetti qualcosa c’è. Soprattutto il naso è molto simile al mio. Mi piace disegnarlo così e, probabilmente, quella caratteristica è rimasta.

  • La scena in cui entra nel buio attraversando la porta mi ha molto colpito. Si tratta per caso di una citazione?

Non direi una citazione precisa. Forse ho visto qualcosa di simile nell’animazione, perché lì è un’immagine che si usa spesso. Mi piaceva proprio quell’effetto. C’è questa idea molto fiabesca della protagonista che entra nella foresta per affrontare una prova che la porterà a crescere.
È un immaginario che viene sicuramente anche dagli studi di animazione. Ho studiato animazione, ho tanti amici che fanno gli animatori, quindi queste influenze inevitabilmente emergono.

  • Le domande più personali ce le teniamo magari per il PRPR Fest. Sicuramente ti chiederò quali sono i tuoi pezzi preferiti di Lady Gaga. Anche perché durante le vacanze di Pasqua ho ricominciato ad ascoltarla.

Ogni tanto bisogna farlo! Quella tavola l’ho fatta apposta per provocare proprio questa reazione.

  • C’è una tavola molto complessa che ti vorrei mostrare. Quanto tempo hai impiegato a realizzarla?

In realtà non tantissimo, perché per fortuna sono abbastanza veloce a disegnare. La parte più complicata è stata trovare la posizione di Amanda. Volevo che funzionasse insieme al serpente, che fosse leggibile e che trasmettesse questa sensazione di essere avvolta ma allo stesso tempo sospesa. Su quella composizione ho lavorato un po’ di più, ma poi l’inchiostrazione è stata molto naturale. Avevo la musica nelle cuffie e mi sono divertita tantissimo.
Una cosa che ho cercato di fare, durante tutto il fumetto, è stata scegliere situazioni e ambientazioni che avrei avuto voglia di disegnare. Sapevo che sarebbe stato un lavoro molto lungo e volevo che ogni tavola continuasse a darmi entusiasmo. Per questo alcune scene sono anche un po’ più stravaganti: magari rinunciano a una parte di realismo, ma mi permettevano di divertirmi davvero mentre le disegnavo e le inchiostravo. Sul lungo periodo è stata una scelta che mi ha aiutata tantissimo.

  • C’è una scena che mi ha colpito particolarmente: quella della muta del serpente. Quando Amanda la trova, ho avuto l’impressione che in quel momento succedesse qualcosa. È come se quella visione la rimettesse sui binari. L’ho letta un po’ da psicologo, come una metafora.

Credo che siano vere entrambe le cose. Da una parte c’è lo stato emotivo molto intenso che Amanda sta vivendo in quel momento. Tutto quello che le è successo la porta a mettere le cose in prospettiva e a dirsi: «Se questo è quello che mi aspetta nel futuro, forse non sono fatta per questa strada.»
C’è una presa di coscienza molto personale. Si rende conto di essere arrivata a un punto in cui deve fare una scelta e capisce che, se quello dovesse essere davvero il suo futuro, dovrebbe sentirsi coinvolta al cento per cento. E lei, chiaramente, non lo è.
Dall’altra parte c’è anche un elemento di riflessione più simbolico. Tutta quella paura, tutta quella tensione, culminano nel ritrovamento di una semplice pelle. È un po’ lo specchio del momento che sta vivendo Amanda: tantissima fatica per qualcosa che, alla fine, non le lascia davvero niente in mano. Mentre forse esiste un’altra strada che potrebbe darle molto di più.
Non so quanto Amanda realizzi consapevolmente tutto questo all’interno della storia, ma quella era sicuramente la mia intenzione: costruire un grande culmine emotivo e poi un rilascio che portasse a una decisione.

  • Una domanda forse banale, ma è una delle cose che mi affascinano di più del tuo lavoro. Mi piace tantissimo il tuo uso del colore, anche nelle illustrazioni. Per questo mi chiedevo: l’idea di raccontare questa storia in bianco e nero è stata immediata oppure hai mai pensato di farla a colori?

Il dubbio c’è stato, sicuramente. Anche perché il colore è una delle cose con cui faccio più fatica. Quando il risultato mi piace sono contenta, però è un ambito che sento ancora impegnativo.
Questa, però, è una storia che è nata in bianco e nero. L’ho sempre pensata così. Ho fatto anche qualche prova a colorare alcune tavole, ma non funzionavano. Si vedeva che il colore era stato aggiunto dopo. Le tavole perdevano forza, contrasto e intensità. Ne abbiamo parlato anche con Eris. Per un attimo ci siamo chiesti se potesse avere senso, ma la risposta è stata subito no.
In futuro mi piacerebbe realizzare un progetto che nasca direttamente a colori. Magari un lavoro lungo, però pensato fin dall’inizio in quel modo. Mi piacerebbe anche sperimentare il colore in tradizionale, con pennarelli o acrilici, perché mi piace molto avere un rapporto fisico con il disegno.
È lo stesso motivo per cui inchiostro pochissimo in digitale. Anche se il mio segno potrebbe sembrare adatto al digitale – con tanti neri pieni e linee abbastanza fluide – per me è molto più faticoso. Preferisco lavorare in tradizionale e, se in futuro farò un libro a colori, mi piacerebbe che fosse realizzato così.

  • Devo dire che la copertina mi ha colpito molto.

Sono molto soddisfatta anch’io. E poi quell’effetto lucido sulle squame è davvero fantastico.

  • Per concludere: com’è stato lavorare con Eris Edizioni?

È stata un’esperienza bellissima. Eris è una casa editrice che sento molto vicina anche al mondo da cui provengo, quello dell’autoproduzione. Ci sono sensibilità simili.
Dal punto di vista del lavoro sono stati estremamente entusiasti, incoraggianti e molto aperti. Ti lasciano lavorare sulla tua opera. Nel mio caso arrivavo con un fumetto già completo, nato come tesi. Uno potrebbe pensare che ci siano state molte richieste di modifica, invece hanno avuto grande fiducia nel lavoro che avevo fatto. È stato davvero il modo migliore di collaborare.
E poi sono persone splendide. Sembra un dettaglio, ma è una di quelle cose che ti fanno andare volentieri anche ai festival. Davvero, è nata una bellissima connessione.

  • Grazie mille per averci concesso questa intervista.

Grazie a te.

La tua fonte vaga di fumetti!

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