
Una produzione parodistica – Allegro, ma forse è troppo!
Nel 1976 Bruno Bozzetto completò il suo terzo lungometraggio d’animazione, facendolo uscire nelle sale cinematografiche italiane nel medesimo anno – nacque così Allegro non troppo. L’autore voleva ancora far parlare di sé e fare cinema, proporre cultura e consolidando un altro trattato autoriale meraviglioso. Ma, quindi, cos’è Allegro non troppo?
Ci siamo davvero chiesti cosa possa esserci dietro a una produzione? Ci siamo davvero mai interrogati sul fatto che ci possano essere delle difficoltà? L’artista quanto è considerato? È una figura produttiva che viene rispettata? Oppure è un semplice “schiavo” della direzione rigorosa della catena produttiva? In Allegro non troppo o, come piace chiamarlo a me per via della sua natura eccessiva e libertina nel descrivere la situazione produttiva di un cartone animato – Allegro, ma forse è troppo!
Allegro non troppo è quindi un film che esagera, vuole farlo, ed è una parodia, forse è la stessa parodia che accentua la stessa esagerazione o viceversa; la bellezza dell’Arte è anche ritrovare una satira, un’ironia, del sarcasmo, ma anche vedere quelle stesse parodie che hanno lo scopo di raccontare qualcosa di artigianale, di davvero autoriale, che possa farti ridere con la parodia ma anche scaldarti il cuore con l’immaginario fecondo di un’Arte prettamente personale, farti appassionare e analizzare con senso critico quella stessa pellicola che trasuda fatica espressiva; al fine di farti amare ambe le cose. Ma cosa satireggiava? Quale film voleva parodiare? Il film preso in esame da Bruno Bozzetto negli anni 70 è proprio Fantasia.
Se Fantasia era il connubio perfetto tra arte musicale e arte disegnata, facendoti scorgere un immaginario coeso e generalmente fiabesco dell’unione di queste due arti, Allegro non troppo era tutto l’opposto, proponendo una fantasia che non visualizzava l’animazione con la musica ricercando così una costruzione stabile che andava a favorire l’unione tra ambe due i linguaggi restando così nel concetto di sogno, ma bensì ti concretizza una realtà oggettiva attuata con l’irrealtà dell’animazione e del disegno.
Purtroppo non tutto ciò che si sogna, può essere confutato nel nostro più puro e sincero, ma soprattutto, reale escapismo.
Il regista nostrano e ormai ricordato negli albi della storia del cinema come un maestro e un autore di un mantra colossale per la sua importanza nell’animazione italiana e non solo, ci ricorda che una produzione con un processo elefantiaco può essere toccata, per certi versi derisa e stravolta, anche se la resa finale fu diversa. In Allegro non troppo non hai l’orchestra professionista che suona Leopold Stokowski, ma hai un’orchestra di anziane goffe e maldestre che suonano La Danza Slava n. 7 di Dvorak perché obbligate dal direttore d’orchestra, l’autore non ti prospetta un racconto animato che segue con l’armonia il canto della musica classica, perché il film non punta, come in Fantasia, a visualizzare la musica attraverso l’animazione e i disegni, ma nel compenso hai una storia eroticamente malsana e perversa; dove lo stesso suono sgrava con il racconto avvilente.
Tutta la prima parte del film ha un irruento impatto sulla gestione della non libertà autoriale, mira a criticare quell’oppressione data dalla stessa catena di produzione; raffigurando lo stesso protagonista del primo racconto come l’oppresso in questione e come un personaggio che ricercava assiduamente un appagamento e una soddisfazione purtroppo non raggiungibile, con il fine di porre la narrazione stessa come sinonimo di pesantezza che logora e limita l’operato artistico del singolo individuo.
Con maestria e intelligenza, Bruno Bozzetto ci racconta la parodia produttiva dividendo la storia in più atti, gestendo una regia che dava man forte al concetto di satira verso lo stesso Fantasia. Se il primo atto raccontava una ricerca della libertà artistica e autoriale inserendo come tema primario un erotismo aggravato, ponendo lo stesso personaggio (che in questo caso è il disegnatore della parte live action del film) come il singolo individuo schiacciato dalle direttive produttive, il secondo atto animato del film vuole parlare dell’attitudine dell’animatore nel sapersi adattare alle esigenze direttive e di come la stessa animazione sia costante nel suo processo realizzativo.
Non c’è solo questa raffigurazione della libertà dell’animazione e di come l’autore voleva esprimerla, se si osservano bene tutte le scene animate si può riscontare che il personaggio in giacca e cravatta è una caricatura ilare, veritiera del capo orchestra e delle sue folli direttive generali date alla gestione del film – l’opera stessa di Bozzetto racconta una produzione cinematografica – la quale descrive il corso vitale e lavorativo di un film: un film finito che racconta un film in fase di compimento.
Un film dunque che potrebbe funzionare con la sola controparte animata, perché tra paesaggi sognanti e idee personali, l’autore che produce disegni animati vive ed è passionale unicamente di quel linguaggio – ma è proprio grazie a quella cornice live-action che riesce a imprimere al film un quadrante di maggiore impatto a quell’immaginario animato che già di per sé si stabilizzava con la sola appendice sfumata di pastello e modellata in plastilina. Allegro non troppo è l’ultimo estratto artistico di Bruno Bozzetto prima di dedicarsi ai film divulgativi, ha impartito degli immaginari che attraversavano il vecchio western all’italiana alla Sergio Leone rendendoci partecipi di quelle sparatorie e piani americani, ha fatto attraversare i binari dei sogni portando lo spettatore dentro al mondo dei vip e ha fatto riflettere il medesimo pubblico sul vero concetto di super-eroe, sino ad arrivare al film che chiude il trittico dei tuoi film più noti e importanti; “finendo” con il film che fu l’appello finale della sua carriera artistica.
Ci sono ancora diversi punti ancora da considerare, ad esempio l’avanzamento evoluzionista del terzo atto animato, in cui l’animazione viene continuamente mutata nel tempo del racconto e variegata in tal modo da rappresentare al meglio quel concetto di consumo impartito dallo stesso direttore d’orchestra, a tal punto di far visualizzare allo spettatore una realtà attraverso l’Arte animata, oppure l’atto finale in cui inizia tutto da una sequenza in clay-motion, in modo tale di raffigurare uno spettro emotivo – una fragilità psicologica dell’artista e come egli si sentisse modellato e violato dalle stesse direttive che più volte gli hanno impedito di esprimersi come lui stesso voleva – dunque prospettando l’oppressore come vittima di un sistema politico e, nello specifico, vittima dalle gestione produttiva. Gli atti sono molteplici, uno animato meglio dell’altro e con una scrittura narrante straordinaria, la suddivisione antologica dell’opera animata riesce a frammentare ogni significato poetico e narrativo; allo scopo di farci riflettere sulla condizione personale dell’artista inteso come una figura schiava di un sistema talune volte asfissiante.
il cartone animato visualizza la mente geniale dell’autore, rappresentando il disegnatore come una figura lungimirante e duttile al lavoro; anche se quest’ultimo nella maggior parte dei casi è una stella morente che attende di nascere nel solo atto del segno a matita.
Vi consigliamo quindi di recuperare questo film e di analizzare personalmente ogni atto, di emozionarvi con la visione del film e sperando di ritrovare gli argomenti da me sopracitati. Buona futura visione.
La tua fonte vaga di fumetti!

















